Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Contro (misure a) la spavalderia/II

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Il curatore della rubrica Paolo Febbraro (img © festivaldellapoesia.it)

Contrariamente al parimenti neonato BookDetector, di cui ci siam subito occupati, abbiamo benevolmente concesso doppio anzi triplo grado di giudizio alla nuova rubrica poetica del domenicale de Il Sole 24ore, iniziata il 3 febbraio scorso a cura di Paolo Febbraro. L’inserto culturale del Sole propone e proporrà ogni settimana un inedito di autore italiano vivente, accompagnato da una breve biobibliografia e da un’altrettanto succinta nota di lettura.
Le premesse all’iniziativa sono ab initio roboanti e spavalde, a partire dal catenaccio dell’articolo di presentazione della prima uscita: La poesia è più viva che mai (sic). Ve lo mostreremo con testi da noi commissionati e rigorosamente selezionati.
Ancora, in un sommario: Comporremo, di settimana in settimana, un’antologia della contemporaneità, mettendo i poeti alle corde per esaltarne la forza espressiva.

Prima perplessità procedurale da parte di chi conosce bene il carattere dei poeti, tutt’altro che ligi nel mettersi alle corde: è possibile commissionare un testo a un poeta già affermato e poi selezionarlo, dunque anche al contrario rifiutarlo, senza venire telefonicamente vituperati fino agli ascendenti di terzo grado? Io non credo, a meno che non si vada appresso all’autore chiedendogli di scrivere due poesie e poi se ne sceglie una, un po’ come al Festival. Ma se poi entrambe le poesie sono bruttine? Sarebbe utile conoscere nel dettaglio il meccanismo di cernita.

Altre perplessità vengono dall’articolo di presentazione, ove la poesia viene descritta da Febbraro come attività “estranea alla cultura collettiva”, “così connaturata all’essere umano che è difficile trovarvi qualcosa di immediatamente attuale”, “duratura e superbamente inutile”. Parole che non riesco a capire fino in fondo poiché da un lato scambiano un esantema, quello dell’inattualità e della estraneità alla dimensione collettiva, con una caratteristica quasi genetica, e dall’altro enfatizzano un principio, quello d’inutilità, da riferirsi all’intera arte (non lo dico io, ma un certo Wilde per esempio). Soprattutto, parole che sembrano, in prospettiva, dei preparativi all’assoluzione/assunzione di un concetto “idrofilo” di poesia: “l’essere appartati – continua lo scrittore – non è una forma di partecipazione che dice molto di più di qualunque volontarismo e interventismo?”. Premesso che il carattere appartato del poeta di successo è un dato tutto da dimostrare – buttandola in sciatta rima: per essere poeta di successo/ devi essere P.R.oeta, indefesso/ pi erre di te stesso –, direi invece che la partecipazione non sta nella propria agenda ma nello sguardo, negli argomenti che si sceglie di trattare.
Queste parole mi hanno fatto suonare un campanello di allarme: vuoi vedere che ci risiamo con la poesia ovattata?

Tanto tuonò che piovve. L’esordio del 3 febbraio è stato particolarmente insipido, affidato a un Valentino Zeichen alquanto fuori forma che opera, pensate un po’, uno sguardo sul rapporto Hollywood-Bollywood condendolo con un parallelismo induista… il risultato è un tracciato piatto la cui defibrillazione è invano affidata ad anglismi, sigle… flebili fialette di adrenalina a cercare di rianimare una irreversibile inconsistenza tematica: “Nella metempsicosi filmica/ i cast dei divi e delle comparse/ si reincarnano beatamente nei ruoli/ del trionfante cinema di ogni genere/ fino agli inattesi, catastrofici flop;/ poi, i divini si smaterializzano/ e molteplici cast svaniscono/ sotto la regia del nulla/ tra vapori fumogeni del Nirvana film:/ Società a responsabilità limitata: SRL.”

Ben più gradevole riesce la proposta di domenica 10 (ancora baldanza a commento: un’antologia della migliore poesia oggi concepita in Italia); anche nei versi di Edoardo Zuccato, tuttavia, l’osservazione e l’immaginazione lasciano scivolare via nel fiume dell’aneddotica molto del mordente che poteva offrire l’argomento-politica e trovano un tentativo di sublimazione nel tema, astrattamente denso ma condotto in modo salottiero, del rapporto tra centro e provincia contadina, e questo annodando con intelligenza filo logico e ricchezza dialettale; il ricorso alla qual ultima, però, personalmente mi è sempre sembrato una via effettistica facile. Riproduco per intero la poesia di Zuccato perché è breve e comunque la più riuscita.

Guarda, i puliticant hin ‘me i piùni,/ pussé te i càsciat via e püsse lur/ turnan indré in süj canal dul tecc.// Ul so vers l’é quel d’amur nuèl/ in itagliano, hin simboli di pace/ e se tütt or e lüs i sgùlan sü/ sü j ustensòri, trach! Spirito Santo.// Nom, suranóm, suracugnóm, “colombo”/ in dialett al stà dumâ al segond pian/ e i grond ho da netàj tré volt a l’ann.

(Guarda, i politici sono come i piccioni, più li scacci e più loro tornano sui canali del tetto. il loro verso è quello dei nuovi amori in italiano, sono simboli di pace e se tutti d’oro e luce si appollaiano sugli ostensori…zac! Spirito Santo. Nome, soprannome, sopracognome “colombo”, in dialetto abita solo al secondo piano e le grondaie mi tocca pulirle tre volte l’anno).

Non va meglio il 17 febbraio: chiamati al giudizio di Cassazione, troviamo una lirica di Carlo Bordini, Autunno, che si svolge puramente sul piano onirico e meditativo, risolvendosi in una fiacca spirale tra sogno e realtà (“tu non immagini di vivere in un castello incantato, e/ di svegliarti dopo trent’anni, credendo di aver dormito/ dieci minuti”) , o tra sequenzialità/ciclicità del tempo (“È questo il paradiso? O l’autunno?/ L’inverno precede dunque l’autunno?”) della cui astenia si fa essa stessa presaga nell’incipit: “Quando la fantasia/ scopre l’invenzione di se stessa/ si stanca/ di inventare la realtà”.

Come dire che Bordini se l’è gufata. Perché, con la parziale eccezione di Zuccato, il comune denominatore di queste tre poesie è proprio la stanchezza. Trasmettono l’idea di uno sguardo debilitato, che vorrebbe forse volare ma si ferma a qualche visione sonnacchiosa, proposta con mestiere assieme a qualche espediente, a qualche speziatura, a timidi parallelismi – spunti suscettibili di destare nel lettore un mezzo sorriso d’arguzia, come quando si legge una spigolatura su La Settimana Enigmistica, per poi essere scordati al massimo un’ora dopo.
È questa poesia “domenicale” la poesia in grado di restare? Sta tutta qui la “forza espressiva” spremuta da poeti messi alle corde? Mah. Da un giornale così prestigioso e, a quanto si legge, ricco di autostima e certezze mi sarei aspettato molto molto di più. E invece mi sembra che questa poesia d’oggi non voglia proprio affrancarsi dall’essere il superattico, il piano superiore (più talentuoso, ma ugualmente disimpegnato o se si vuole de-responsabilizzato) della disperante e un po’ accanita caratterizzazione del poeta “combinatorio” che si legge ad esempio nel romanzo Anatomia della ragazza zoo di Tenera Valse, allorché viene descritto il padre della protagonista:

un roboante coacervo di figure letterarie auscultate un po’ qua e un po’ là venivano riposizionate sulle sue risme con minuzioso lavoro di cesello: clown che indossano la luna, sagome di luce, donne anfora, palmeti di nenie, occhi del suono che uccidono Godot in un bazar, sfingi che alzano ovali di sabbia, re e regine persi in uno stato confusionale tra presenza e assenza. (…) Occasionalmente si pubblicava un’antologia di poesia dal dopoguerra a oggi, dove i poeti venivano riuniti come in uno chalet di montagna, al solo fine di riconoscersi vicendevolmente nel fare poesia, cioè a dire in amalgami di fonemi sottoposti all’imbarazzante arbitrio di stare insieme loro malgrado.

Con l’aggravante che il professor Pensi lì narrato, come molti altri dilettanti, se non cala nella società cerca almeno di scavalcare le pieghe del linguaggio convenzionale…
Batto sempre sul solito tasto, lo so; però quando si sta fuori dai gangli della società non si può pretendere di ricevere attenzioni da questa. E il dato visivo sembra testimoniare questo ineluttabile scivolamento: lo spazio della rubrica si riduce sempre più, occupando ormai un terzo della pagina, e la rubrica stessa, già a partire dalla terza puntata, non è più menzionata in prima pagina. Sic celeriter transit gloria carminum.

Speriamo nelle prossime uscite, va’: verremo a Canossa volentieri. E intanto, come contromisura, pascoliamo assieme ciascuno la propria idea non assoluta di poesia leggendo tanto, e annotando tutto su un taccuino, su uno scrapbook, su quello che volete.

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4 Risposte

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  1. Grazie, Roberto R. Corsi, per questa tua interlocuzione. Hai diverse ragioni. Uno dei torti è quello di credere ai “catenacci” giornalistici, secondo cui io avrei “commissionato” delle poesie. Ovviamente, io non le ho commissionate, le ho solo chieste. Più d’una, inedita, con la mia facoltà di scegliere. Certo, a quel punto sei in parte legato: ma se sei in gioco col mondo, devi fare i conti col mondo, e nel mondo ci sono anche buoni poeti non al massimo della forma. Diciamo tollerabilmente fuori forma. Non so che farci: l’alternativa è stare zitti: alternativa che ho preferito a lungo (come critico e soprattutto come poeta) ma che poi ti chiude nell’albagia. Sono d’accordo con l’idea non assoluta di poesia: la parola “assoluto” (come la parola “purezza”) mi fa venire voglia di mettere mano alla pistola. Altro tuo torto, secondo me: la citazione di Tenera Valse (accanto a Oscar Wilde, buttato lì nella mischia per fare il vuoto attorno alla mole gigantesca). I poeti si sono sempre legittimati a vicenda, si sono odiati e massacrati gentilmente, perché in ogni verso è in gioco tantissimo. Personalmente, un articolo come il tuo mi gratifica perché “mi mette alle corde”: non negare che accada quanto proprio tu stai provocando. Sul tono baldanzoso: fingere in parte una buona salute generale è il mio modo di suscitarla, di annunciarne la possibilità, o l’esigenza. “… prego (e in ciò consiste / – unica! – la mia conquista) / non, come accomoda dire / al mondo, perché Dio esiste: / ma, come uso soffrire / io, perché Dio esista” (naturalmente, Giorgio Caproni).
    Grazie ancora, Paolo Febbraro

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    Paolo Febbraro

    12 marzo, 2013 at 03:46

    • Sono io che ti ringrazio e mi onoro della tua attenzione.
      Mi è piaciuto il “tollerabilmente fuori forma” e ti sono grato per aver chiarito i meccanismi della scelta. A tale proposito il “commissionato” era lato sensu e si riferiva non al titolo gratuito/oneroso ma alla direzionalità del meccanismo (tua richiesta appunto).
      Brevemente sul resto. La citazione wildiana sull’inutilità dell’arte secondo me significa che si deve giudicarla piuttosto su quanto riesce a persistere nel lettore.
      A questo proposito la mia personalissima idea è che se la poesia vuole tornare protagonista non esoterico dei nostri tempi, se vuole tornare a circolare nella società, deve occuparsi nuovamente della società uscendo dalla sfera personale dello scrittore (a meno che questa non abbia davvero una valenza confessionale ultraindividuale e capace di parlare alla gente).
      Non credo sia un caso, e lo dico senza essere un fan sfegatato del costui, che l’unico poeta italiano che oggi beneficia di una visibilità sociale/mediatica ad ampio spettro, ossia Valerio Magrelli, abbia abbastanza chiara questa direttiva (vedi il dittico “Giovani senza lavoro” e altro).
      Nelle poesie in rubrica (ci metto anche Manacorda) non ho trovato per ora questa voglia di fare questo movimento; né una complicazione lessicale che, citando Andrea Inglese, forzi il lettore a mettere in discussione il proprio linguaggio abituale e che è un’altra mia cartina di tornasole (concorrente con quanto sopra) della poesia.
      La citazione sferzante di Tenera Valse purtroppo attecchisce a una sensazione autoreferenziale della poesia che è diffusa e agevolmente testimoniabile; liberi tutti di legittimarsi come vogliono (anche se sui meccanismi di legittimazione potremmo parlare per ore), la necessità di aprire un attimo la finestra potrebbe essere assicurata proprio da quel tornare a parlare di ciò che sta fuori.
      Continuerò naturalmente a seguire le tue scelte ogni domenica, a presto rileggerci, RRC.

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      Roberto R. Corsi

      12 marzo, 2013 at 12:20

      • Caro Roberto, scrivere in rapporto con il mondo (quello che alcuni, in maniera ideologica e riduttiva chiamano “realtà”: come se i sogni e l’immaginario non facessero parte del mondo) non significa scrivere sul mondo come argomento, semmai registrare le scosse (o le carezze, perché no) derivate dall’incontro. Sta’ sicuro che di nulla possiamo scrivere se non riguardo a un rapporto, una relazione, una connessione, che è sempre data in uno spazio-tempo. Dunque, “uscire dalla sfera personale” si può fare anche narrando un sogno ambientato nell’antico Egitto.
        Quanto alla “complicazione lessicale”, se Dio esistesse dovrebbe guardarcene. La poesia, perdiana, è l’unico posto in cui le parole possono essere semplici, ovvero potenti di nitidi accostamenti: rapporti, relazioni, ancora una volta. Nessun artigiano vorrebbe “complicare” il proprio manufatto solo per distinguersi dagli altri, o per essere al passo con i tempi. Se lo fa, incorre in quel Barocco che poi incorre nel Neoclassicismo che poi incorre nel Romanticismo ecc. all’infinito. Macché.
        Quanto a Magrelli, è noto che neanche io sono un suo fan sfegatato, ma credo di essere un “non fan” ancor meno sfegatato di te. La sua “visibilità sociale/mediatica” è buffa, e si spiega analizzando socio-storicamente il popolo e i media che gliela concedono.
        Sta’ bene, Paolo Febb

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        Paolo Febbraro

        12 marzo, 2013 at 14:57

      • Caro Paolo, siamo d’accordo, del resto buona parte della mia prima produzione (2007-2010 direi, più il Prometeo) era basata sulla capacità dell’archetipo o mito di rappresentare la mia stessa quotidianità. Stesso dicasi per gli autori che mi piaceva frequentare, dal Pavese dei Dialoghi con Leucò ai miei concittadini Liliana Ugolini e Roberto Mosi. Può quindi ben darsi, anzi ne sono quasi sicuro, che io mi sia occupato anche – come scaturigine – di antico Egitto! 🙂 però col passare del tempo non ci credo più troppo, preferisco occuparmi di ciò che mi circonda in maniera più dichiarata. Comunque sia mi accorgo che bongré malgré qualcosa non va dal lato della fruizione, e lo collego alla scarsa frequenza di utilizzo di questa “porta d’uscita”…
        Quanto alla complicazione lessicale forse ho espresso male un passo che ho riportato qui:
        http://bit.ly/ZFQWOC – la troncatura dell’ovvietà del rapporto forse può passare da un accostamento felice più che da un lessico inconsueto. Però l’estrema semplicità che leggo in certi autori mi fa sentire che manca qualcosa.
        (nota bene che ultimamente scrivo poesia a carattere altamente narrativo dunque mi contraddico in buona parte sul secondo punto… io stesso sono alla ricerca dell’equilibrio ideale tra le varie componenti). Buon pomeriggio, R

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        Roberto R. Corsi

        12 marzo, 2013 at 15:32


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