Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Le cozze del commiato (post lungo e importante)

with 3 comments

Giuro sui Beatles (cit.) che avevo pensato di annunciare il mio Abschied alla parola poetica almeno quarantott’ore prima di Philip Roth, il quale mi ha per così dire bruciato sul tempo. A lui hanno prima e dopo fatto da contorno altri della cultura o dello spettacolo, tanto che sono stati spesi anche articoli di  spalla sul “tema dell’addio” caro a Milo De Angelis.
In realtà avevo in qualche modo preannunciato il mio più di un anno fa quando scrivevo (annunciando il pdf di Sinfonia n. 42): “[con questa raccolta] esaurisco il mio dire”. Non sono stato di parola, come leggerete più sotto.

mukki

Il dettaglio della campagna pubblicitaria © Mukki (clicca per andare al sito)

In questi giorni alzando gli occhi ho visto su più cartelloni l’ultima campagna pubblicitaria della Mukki, giocata sull’esasperare il concetto di poca distanza “dal produttore al consumatore” raffigurando una famiglia-tipo che tiene una mucca in casa. Ecco, poco tempo prima mentre viaggiavo ho pensato che secondo me lo scrivere, soprattutto poesia, è una cosa simile all’allevare un bovino: si può fare a patto che ci siano certe condizioni di partenza. Difficile tirare su una mucca in un appartamento in piazza Duomo; difficile scrivere senza un barlume di silenzio, con la testa piena di frustrazione e la giornata colma di disorganizzazione. Si finisce, come afferma Cattelan (felicemente “inattivo” da 18 mesi, a quanto leggo sempre su Repubblica del 22 nov.), con l’essere la macchietta di se stessi; nel mio caso finirei, che ne so, col comporre invettive contro un locale notturno o un capoufficio, irrilevanti se non per testimoniare la mia scarsa forza di cambiamento.
Inoltre, come scrivevo un post addietro, sento l’urgenza di leggere poesie effettivamente legate al difficile contesto sociale che attraversiamo; dunque anche il mio spazio tematico-compositivo deve per reciprocità restringersi. Poiché sono per temperamento un tizio iposociale, per il quale tre persone sono già una folla, può darsi che io non abbia (più?) niente da dire.
Insomma si tratta non di smettere ma di sospendere la propria attività creativa (quella critica continuerà), salvo qualche esercizio in endecasillabi à la Bemporad. Questo almeno fino a nuovo ordine, cioè a un nuovo assetto che mi consenta di concentrarmi, di osservare il fulcro della realtà, di dedicare alla poesia il tempo e l’habitat che, come a una donna che si ama, le van dedicati per conquistarla.

Osservo solo un distinguo una tantum per la poesia confessionale, cioè quella che racconta il (proprio) privato in maniera anche sconveniente, fino in fondo e senza troppi giri di parole. Non una melassa o acqua di rose intimista, ma cose che giacciono in fondo al tuo io o in un ripostiglio della tua giornata come quelle secrezioni o concrezioni corporee spesso maleodoranti di cui ti liberi accuratamente al mattino prima di uscire e consegnarti all’altrui valutazione. Credo che all’interno di una società ipocrita e boriosa, perbenista, conformista, ebbra di “vizi privati e pubbliche virtù”, dove la religione viene ostentata come una moneta al cioccolato o sventolata a mo’ di tessera per entrare in un mercato ristretto, una poesia confessionale, se dotata di un certo grado di forza autodistruttiva, sia già una minima forma d’azione politica.
Però, per non iniziare a puzzare di stantio, bisognerebbe fare poesia confessionale una volta o due e poi chiudere del tutto i conti con essa per dedicarsi ad altro genere, in grado effettivamente di cogliere il tempo in cui viviamo. Se non ci si riesce si lasci stare finché non ci si riesce.

impepata

un’impepata servitami al bagnogiancarlo.it (queste saranno state circa 40, non è il record)

Tra il 2011 e il 2012 ho composto 56 poesie: sbobba a tratti altamente confessionale, a tratti ariosa a tratti bruttoccia, temporalmente straniata, (quel che la giustifica) attraverso la quale probabilmente mi sputtanerò e caccerò in un sacco di guai, ma tant’è. Scritta senza pretese lemmatiche o metriche, si colloca idealmente lungo la direzione tracciata da poesie quali Lo schiaffo o Cose che vanno dette (sempre in Sinfonia n. 42 o meglio ancora nell’antologia ebook). Chissà, forse non ha nemmeno dignità di poesia; difatti, prendendo spunto da un’impepata da record servitami qui nell’estate 2011 (e, devo ancora dirvelo? puntualmente trangugiata per intero), ho chiamato questa ipotetica raccolta Cinquantaseicozze (tutto attaccato come in Centochiodi) – molluschi che come si sa sono, in gergo ineducato e sessista, l’incarnato del brutto (ma per quanto mi consta spesso buono).

Poiché nemmeno con una sniffata d’egotismo in polvere lunga da qui a Ulan Bator riuscirei a convincermi che qualche editore possa esserne interessato alla pubblicazione gratuita cartacea, procederò, a partire da lunedì prossimo 3 dicembre, a pubblicare una cozza a settimana qui sul blog, aggregandole col tag Cinquantaseicozze per chi fosse così masochista da volersele sorbire senza soluzione di continuità.
Una cosa a puntate, dunque.
Giunto alla cinquantaseiesima, se nel frattempo i Maya non avranno (letto e) deciso di dare impulso alla procedura, provvederò alla creazione dell’ebook nei vari formati e attenderò in eterno la proposta contrattuale di Big Mama Publishing House, dedicandomi nel frattempo alla poesia altrui e sperando in (spero anche adoperandomi per) un nuovo e differente personale impulso.

Update: ecco la prima cozza, da cui accedete anche alle successive.

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Written by Roberto R. Corsi

26 novembre, 2012 a 09:00

3 Risposte

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  1. Che piacere leggerti, Roberto; la tua ironia, pungente ma garbata, è sempre un arricchimento. Come i tuoi versi. Cari saluti, Massimo

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    Massimo Seriacopi

    26 novembre, 2012 at 15:49

  2. Argomento molto controverso questo della poesia autoreferenziale . Per attribuirgli un giudizio di “merito”/ di “valore” credo sia il caso di mantenersi su posizioni interlocutorie e possibilistiche , evitando di demonizzare e penalizzare aprioristicamente questo benedetto ego . Per “testare”un libro centrato sull’ego si può facilmente pervenire , a fine lettura , a due tipi di riflessione ( meglio , di reazione ) antitetici : 1 ) Ma che ce ne frega a noi della sua vicenda personale con il suo corollario di pulsioni , trance de vie e vicissitudini ombelicali ? – Oppure 2 ) Ha fatto della sua storia la storia di tutti , in cui tutti possono riconoscersi . E’ un ego con le p. ! E’ quindi una questione – dirimente – di linguaggio , una questione semantica , di parola che trascende i suoi referenti e investe la sensibilità la cultura la stessa maniera di stare al mondo ; che può esperire drammaticità come souplesse defatigante , cultura del dolore e del disincanto montaliano come ironia autoironia e senso del paradosso . Basterebbe rifarsi a Sandro Penna , un poeta fuori dal mondo e dalla Storia , dedito soltanto al suo ego e ai suoi soprassalti , il cui egotismo era però riscattato dal linguaggio , dalla personalissima invenzione verbale sulla scrittura : l’io scompare e noi lo leggiamo lo rileggiamo e lo accettiamo come un dono , non come coazione ad occuparci di qualcuno e di qualcosa .

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    leopoldo attolico

    26 novembre, 2012 at 19:12

    • Ciao Leo! Non c’è dubbio – io intendevo poesia confessionale in senso stretto (quella di John Berryman o Sylvia Plath, per intenderci). Parto dall’assunto che la poesia oggi sia fuori dalla società, che il poeta per quanto valido non sia percepito come personaggio forte dei nostri tempi come succedeva in passato. Per esserlo, o il poeta punta il dito contro i problemi della società o ciccia. Ma siccome secondo me un problema della nostra società è il conformismo, sento che parlando invece di se stessi occorra sputtanarsi. Si, ci può essere l’ego con le palle, e soprattutto la questione della variabilità della forma e della ricerca sulla parola è sacrosanta; invece ho qualche dubbio sulla “poesia in cui tutti possano riconoscersi”, proprio perché ex nihilo nihil (neque Berlusca) fit, perché “facciam piuttosto il segno della croce”, perché il conformismo e il buon costume ci abitano spesso anche nella solitudine delle nostre stanze. Infatti la forza di resistenza è considerevole. Provate a sputtanarvi con una poesia: troverete che il muscolo è lasso!!

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      Roberto R. Corsi

      26 novembre, 2012 at 23:18


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