Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

del Catullo “infeltrito” di Gian Citton

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Non lo nego: non mi entusiasma la poesia dialettale. Neanche quella, alta, di Pasolini, per dire. La stimo, ne accolgo volentieri i volumi ma difficilmente la leggo e quando lo faccio esco rapidamente dalla sua atmosfera, non mi si attacca alle ossa. Questo forse per ragioni personali: nella prima parte della mia vita, quella in cui si fissano appartenenze e campanili, cambiavo città ogni uno-due anni. Ma non credo che questo sposti di molto i termini: quando lo iato tra dialetto e lingua italiana è molto pronunciato tendo a vedere la poesia dialettale come un corpo gravitante attorno alla sua forma-lingua che poi si tramuta in professione d’identità (una sorta di Symbolum Nicenum geografico) e quindi è fatalmente destinato a essere apprezzato appieno quasi esclusivamente dai compaesani, costringendo invece gli occhi dei “forestieri” a un faticoso zigzagare tra il testo e la sua trasposizione italiana (o le note); febbrile moto oculare nemico dell’affabulazione poetica e del colpo di fulmine del lettore.

Ciò premesso, l’ultimo libro di Gian Citton, poeta di cui mi sono già occupato nelle sue dimensioni musicali ed “ecfrastiche” e che ho sentito affine al mio dire per molti versi, ha qualcosa in più. Queste sessanta imitazioni catulliane in dialetto feltrino mi colpiscono non solo per il dosaggio della trasposizione, spesso in perfetto endecasillabo (scelto quando il metro catulliano è l’endecasillabo falecio ma anche quando è il trimetro giambico), ma soprattutto per la forza con cui più volte Citton entra nel tuorlo umorale del poeta e lo restituisce schietto, volgare se necessario, con ciò oltrepassando la pudicizia di versioni anche autorevoli e fondate. Sono momenti in cui, come annota Laura Nascimben nella sua ottima prefazione, «alla fedeltà rigorosa viene preferita la tecnica del compenso»; in questo il dialetto surclassa l’italiano, con ottimi esiti nelle liriche che giocano sul contrasto tra il rozzo della vita e il sublime del sentimento e della poesia. Confrontiamo la versione di Citton con la classica traduzione di Mario Ramous:

VI

Flavi, delicias tuas Catullo,
ni sint illepidae atque inelegantes,
velles dicere nec tacere posses.
verum nescio quid febriculosi
scorti diligis: hoc pudet fateri.
nam te non viduas iacere noctes
nequiquam tacitum cubile clamat
sertis ac Syrio fragrans olivo,
pulvinusque peraeque et hic et ille
attritus, tremulique quassa lecti
argutatio inambulatioque.
nam in ista praevalet nihil tacere.
cur? non tam latera ecfututa pandas,
ni tu quid facias ineptiarum.
quare, quidquid habes boni malique,
dic nobis. volo te ac tuos amores
ad caelum lepido vocare versu.

(trad. di M. Ramous)
Flavio, se l’amor tuo non fosse privo
di grazia e di finezza lo vorresti dire
a Catullo, non sapresti tacere.
Ma certo tu ami qualche puttana
malandata: per questo ti vergogni.
Che tu non giaccia in solitudine la notte,
anche se tace, lo rivela la tua camera
fragrante di ghirlande e di profumi assiri,
il cuscino gualcito da ogni parte,
lo scricchiolare agitato del letto
che trema tutto e non trova pace.
Inutile tacere: non ti serve.
Non mostreresti fianchi così smunti
se non facessi un monte di sciocchezze.
E allora quello che hai, bello o brutto,
dimmelo. Voglio con un gioco di parole
portare te e il tuo amore alle stelle.

(versione di Gian Citton)
Si no la fusse na medza cagadura,
te ghe la panderìe, Flavio, a Catulo
la cota che par st’una te à ciapà.
Ma la te piass anca se l’é ‘n fìà troia,
se la te péta ‘l scólo e te à vergogna dirlo.
Ma l’é ‘l to let senzha dir gnent a dir
che védoe no l’é par ti le not:
intant el bonodór de le girlande,
i dó cussin macadi a dreta e a zhanca
e ‘l scricolar del let par i scossói.
Se l’é palmar, tàser parché? Parché
no te sarie sech ciucià dal bunìgol
in dzo se no te fesse ste capele.
E ‘lora, el bon e ‘l trist ti t’à da dìrmelo
senpre. E mi co ‘l morbìn de le mie rime
vói portar ti e ‘l to amor fin a le stéle.

La simbiosi catulliana di Citton non si ferma alla lodevole schiettezza delle tinte ma si traduce anche in attualizzazione (nei nomi propri, negli oggetti, nei riti, nella religione) e perfino in immedesimazione geografica: il titolo del libro, Ancora co Catulo in Cornaróta, allude alla via Cornarotta in cui il poeta feltrino ha avuto i natali; Sirmione diventa San Michele e il Garda il Córlo, e così via. Quest’ultimo processo di trasmutatio loci, a differenza dell’attualizzazione, non mi convince del tutto, riportandomi quel sentore geografico che citavo in apertura. E la qualità della traduzione/trasposizione talora conosce delle flessioni – l’odi et amo (LXXXV) diviene ad esempio un macchinoso «Tut un: amarte e odiarte; altro nol posse./ Vutu ‘l parché? – nol so, ma ‘l sente e bruse». Anche se, mi chiarisce l’Autore stesso, l’incipit vuole imitare il battito cardiaco.
Sia come sia, il risultato complessivo della raccolta mi sembra ben meritevole.

Chiudo con una chicca: il poeta stesso che legge la propria versione del carmen LVIII, altro esempio di contrasto ristretto e non filtrato tra sentimento e trivio.

CAELI, Lesbia nostra, Lesbia illa,
illa Lesbia, quam Catullus unam
plus quam se atque suos amavit omnes,
nunc in quadriviis et angiportis
glubit magnanimi Remi nepotes.

La nostra Lesvia, Cèlio, la me Lesvia,
quela, la sola che Catulo à amà
pì de lu stess e pì de tuti sói,
dess par burele sconte e drio i cantoi
la scapèla i osei de i Remoloi.

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Written by Roberto R. Corsi

20 settembre, 2012 a 08:49

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