un finale berghiano e un po’ buddista (esercizio)

Nel salire sul treno per Brasilia
o per Dar es Salaam non mi ricordo
mi lasciò in mano quest’opuscoletto
sulla Lyrische Suite di Alban Berg.
Più non seppi se piangere la lenta
propagginante assenza di coraggio
o ridere il solletico del gusto
instillato, del gioco di richiami,
quell’egotico erotico sapere
che vinceva la sferza dell’addio.
Scelsi la terza via:
mi fiondai in pizzeria.

4 commenti

  1. Gustosa, caro Roberto. Vedi che l’estro e gli spunti non ti mancano mai… anche perché se nno trasformiamo ciò che percepiamo del mondo (e di noi stessi) in poesia, che ce ne facciamo di un habitat che tenderebbe a trasformarci tutti in produttori/consumatori (e non di poesia, purtroppo)? Ciao, Massimo

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  2. Alla dislessica melassa che ci ammanniscono i suoi coetanei raccomandati di ferro che vanno per la maggiore , Roberto oppone l’intelligente ironia / autoironia / giocosità accreditata dal senso del paradosso e dintorni , modalità che grazie a dio gli appartiene fisiologicamente e che ci auguriamo non lo molli per il resto della sua vita .

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