Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Una certa IKEA della poesia: I poeti morti non scrivono gialli di Björn Larsson

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BLarssonPerdonatemi il trito e persino commerciale ma ghiotto calembour. È che da tempo la mia decisione (?) di tagliarmi quasi del tutto fuori dal giro delle presentazioni, delle recensioni do ut des, infine del lavoro gratuito o a pagamento mi sta portando a sorprendere molto materiale “poetico” o “peripoetico” in zone di confine, certamente non le sclerotiche location ove – perdonate, già che ci siete, anche l’autocitazione – «mugola il sesso orale tra poeti che ascoltano applaudono poeti». Cerco la poesia, o la parola che la squadri, in postazioni eterodosse.

Bene, con questo spirito e grazie a una serie di recensioni favorevoli ho scelto un romanzo giallo come mia lettura estiva e l’ho terminato ieri notte. Questa “specie di giallo”, come recita il sottotitolo, ha fatto sì che io mi avventurassi per la prima volta nel genere (?) giallo svedese – precedentemente esplorato solo in via indiretta coi film della trilogia “Millennium” di Stieg Larsson: molto bello il primo, brutti gli altri due. Giallo (o poliziesco) svedese è un trademark dei nostri tempi col cui proliferare Björn Larsson non è certo tenero: “Praticamente ogni città del paese, piccola o grande che fosse, aveva il suo poliziotto (…) Stava iniziando a stancarsi dell’intero genere, che tra l’altro dava un’immagine distorta della realtà, soprattutto svedese. All’estero stavano iniziando a pensare seriamente che fosse un paese ormai allo sbando. Quando veniva invitato con i suoi colleghi a festival letterari in Francia, Italia o Germania, non mancava mai qualche giornalista o lettore che chiedeva cosa fosse andato storto in Svezia” (p. 311).
Neanche io leggerei né probabilmente leggerò più gialli svedesi, ma la circostanza che la vittima di turno fosse un poeta nel momento in cui si era convertito, per esigenze di cassa e riconoscenza verso l’editore, a scrivere un poliziesco (dal titolo, ironico proprio  verso Millennium, di Uomini che odiano i ricchi), mi ha attratto verso questo libro quanto bastava. Il resto lo ha fatto la critica, che ha enfatizzato l’aspetto etimologicamente (in senso etimologico) dell’opera; la lettura corrobora questa sensazione per cui l’intreccio poliziesco ha almeno in certi punti un ruolo ancillare rispetto alla predominante riflessione sulla poesia, sulla sua funzione, sulla sua qualità. Ciò riesce facile all’autore grazie alla contrapposizione ideale tra il grande poeta morto Jan Y. Nilsson (nonché i suoi amici editori e addetti ai lavori) e il commissario Martin Barck della polizia portuale, a sua volta poeta dilettante; Barck è il personaggio meglio riuscito, pregevolmente e fedelmente tratteggiato sul modello del “popolo di poeti che preme alle porte dell’oblio” (Alessandro Carrera) nel continuo reprimere il desiderio di fare “outing poetico” durante le indagini, salvo poi passare il proprio manoscritto all’editore e sciogliersi nell’impazienza fino quasi a dimenticare il proprio caso…
Il plot del giallo, per quanto posso dire da non specialista del genere, è ben congegnato. Ho intuito il colpevole a circa due terzi della narrazione, ed è abbastanza ben celato anche se ci sono due indizi evidenti (il terzo, pensandoci, è forse il titolo stesso). Editorialmente parlando, ottima la traduzione di Katia De Marco e la cura del prodotto da parte di Iperborea: avrò contato solo due trascurabili refusi, musica soave rispetto all’incuria stilistica ed editoriale in cui troppo spesso m’imbatto.

Ma veniamo al succo poetico della questione. B. Larsson è docente di letteratura francese all’Università di Lund, e condisce le sue riflessioni con riferimenti letterari colti, con una particolare predilezione per i gioielli di casa, Martinson (scandalosamente impubblicato in Italia) e Tranströmer, ma anche per le Lettere a un giovane poeta di Rilke, trascritte in più passi, e per Celan, il cui anelito a una poesia “vera” è forse il credo principale della vittima.
Il capitolo secondo e quarto, che introducono i due protagonisti, mi sono sembrati quelli più intrisi di considerazioni e connotazioni poeticamente rilevanti, come questa a p. 18:

Per scrivere versi che esprimessero l’essenza stessa della vita doveva stare in ascolto della realtà senza che nulla vi si frapponesse. Tutto ciò che era quotidiano, abitudinario e prevedibile era nemico della poesia e perciò anche suo.

Oppure la citazione di Jens Bjørneboe, quasi un manifesto della confessional poetry che sottoscrivo in pieno: Scrivi in modo che ogni tua parola possa essere usata contro di te!

Dappertutto nel libro viene propugnata, quasi teorizzata una poesia forte, vera, universale, astrattamente in grado di operare il dostoevskijano rovesciamento del mondo. Una poesia (p. 327) da gridare forte per le strade e per le piazze: guai ai poeti come me che si sono nascosti tra le pagine dei libri!!
Bene: ma nella pratica come si conciliano con questa virulenza le poesie di Nilsson, dotate ad esempio di incipit che sembrano un patchwork dei bigliettini nei baci Perugina? (p. 127)

TI AMO// Ecco/ l’ho detto// Ma cosa ho detto/ dicendoti che ti amo?// Ho detto io/ ho detto tu/ ho detto amo// Ma la strada tra i due/ l’ho percorsa/ insieme a te?// Ti amo/ ma cos’ho fatto per questo verbo/ troppo grande per me?// come abiti della festa/ mai tirati fuori la domenica// come canzoni/ che si bloccano rauche in gola// come passi che inciampano/ sulla soglia della danza?// Ti amo/ e me ne sto qui/ con il verbo tra le mani// senza più sapere cosa fare delle mie mani/ o dove portarle.

oppure (p. 71)

Se hai bisogno di neve in primavera
apri un libro
se hai bisogno di primavera in primavera
apri la finestra

BLarssonportrait

Björn Larsson (dal sito Iperborea)

Questa è l’unica scivolata del romanzo: alle premesse programmatiche non corrisponde qualità poetica, almeno per le mie lenti focali. Una svenevole rarefazione in cui svaporano di pari grado metrica e respiro, passo narrativo. Contemporaneamente, salva qualche debole similitudine, nessuna ricerca sulla parola o sull’accostamento. Dunque? Poesia d’occasione, poesia modulo componibile IKEA, poesia “escrescenza del miocardio” (autocit.). Poesia aforistica, aneddotica: l’etno-poeto-logo (?!) che è in me registra che forse l’unica nozione di poesia sentita e supportata lungo il libro sta a pagina 86: “un frammento di verità o una scheggia di sagacia abbandonata ai bordi della strada”. La sagacia, cioè la ricerca dell’arguzia, della recezione facile. In questi versi non c’è traccia di Bjørneboe ma neppure di Carlos Fuentes (“bisogna creare i lettori, non dare loro quello che vogliono”).

Senza accanirsi troppo sui versi di Nilsson (ma tenete bene a mente il post scriptum di questa nota di lettura) e senza alcuna sensazione di amarezza, si registra la solita porta aperta verso un rarefatto blob esistenziale all’interno del quale la differenza tra un poeta e l’altro è data solo dalla capacità autopromozionale o dall’istrionismo che pure sono condannati all’interno del libro (p. 276): “Ormai uno scrittore timido e goffo, privo di carisma e di abilità oratorie, non si prendeva nemmeno più la briga di pubblicare un libro. Essere di lingua sciolta e di bell’aspetto, soprattutto se donne, era quel che contava. Gli scrittori facevano di tutto per cercare di vendere i loro libri: correvano in giro qua e là alle giornate della lettura, sudavano alle fiere del libro, venivano ritratti a figura intera su ogni tipo di supporto pubblicitario e perfino sul davanti delle copertine. Non c’era da stupirsi se ogni tanto si sentiva un po’ giù”. E non c’è neanche da biasimare chi, come me, preferisce stare tra le pagine e non affabulare quasi nessuno.

Peccato per questa fluorescente, vistosa incoerenza tra teoria e pratica, la cui mancanza avrebbe reso il romanzo un’opera “trasversale” leggera ma importante, quasi di formazione. Resta la validità dell’impianto giallistico e, pur non rispondendovi gli esempi concreti, una serie di considerazioni sensate sulla poesia. Tutto questo, unitamente alla già citata accuratezza di traduzione e d’edizione, rende questo libro gradevole e in fondo consigliabile.

PS poeticamente parlando il vero colpo di scena del libro, a giochi già scoperti, sta all’inizio del quarantesimo e ultimo capitolo, a p. 352. Ciò porterebbe a una serie di considerazioni intuibili ma che per amor di suspense non vi propongo. Attenzione: l’Autore, ritenendolo marginale per la narrazione, lo svela di buon grado nell’intervista sul sito di Iperborea e probabilmente anche in altre pagine web; ma poeticamente e analiticamente è una vera sorpresa e quindi, se decidete di leggere il libro, lasciate a dopo queste testimonianze ed evitate di cercare troppe notizie in rete al proposito.

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2 Risposte

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  1. Caro Roberto non posso entrare nel merito del post, perché come ben sai la mia sensibilità nei confronti della poesia non è straordinaria. Conosco invece, molto bene, il Larsson scrittore, e da molto tempo perché fui fortunato lettore del suo primo (credo) romanzo pubblicato in Italia: La vera storia del pirata Long John Silver. Libro, a mio parere, davvero straordinario che mi spinse alla lettura dei successivi dell’Autore, meno esaltanti a dire il vero, ma pur sempre di buon livello. Notevoli Il Cerchio celtico e Il segreto di Inga.
    Per quanto riguarda Iperborea mi pare sia una delle case editrici più serie in circolazione, e ho letto recentemente un’intervista a Emilia Lodigiani, che è il comandante in capo dell’azienda, nella quale spiega le strategie commerciali passate, presenti e future.
    Ciao!

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    amfortas

    3 settembre, 2012 at 10:43

  2. Caro Roberto, io che di gialli ne leggo ben pochi, svedesi o no che siano, ma che scrivo recensioni positive (perché se qualcosa non mi è piaciuto che mi ci spreco a fare?) ma anche negative (e spesso mi è successo di farne per “nomi di rilievo”, che poi a volte mi si sono fogati contro), che come te non amo né il “do ut des” (molti miei studenti mi direbbero: “Profe, che significa”?), ma amo parlar bene di autori che mi sembrano meritevoli, quindi mi piace per quel pochissimo che posso fare aiutarli (gratis) a farsi conoscere; io che come te amo la lettura più che la presentazione delle poesie (ma ogni tanto cedo alla richiesta di aiutarli in questo, quando ci sono amici o conoscenti che mi sembrano meritevoli), capisco anche le tue reticenze a leggere qualcosa insieme delle nostre poesie (ma sarebbe stato in una libreria di amici, la Chiari), perché le poesie vanno appunto lette da chi le vuole leggere, non presentate in pubblico. Ma basta con tutti questi “io”, e passiamo a te. Di te va apprezzato molto sia il tuo modo di scrivere, sia la ricerca linguistico-espressiva che fai, sia questa tua “crociata” letteraria. Continua. E permettimi di segnalarti un concorso di poesia serio, che non richiede MAI soldi e che premia l’inedito con la pubblicazione, l’edito con una cifra consistente. Si tratta del “Sandro Penna” di Città della Pieve (Perugia). Basta guardare su Internet. Cari saluti, e a presto, Massimo

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    Massimo Seriacopi

    5 settembre, 2012 at 11:04


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