Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Pappagalli e svirgolate

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Quando il concetto gli fosse stato più chiaro, ci avrebbe scritto sopra un bel saggio, e l’avrebbe mandato a uno di quei blog letterari dove si accoltellano gli sfigati che non trovano spazio sugli scaffali e che sono l’equivalente di una bistecca di soia per un carnivoro costretto alla dieta vegetariana. (p.52)

Evviva evviva! Ne I pappagalli, seconda recentissima (marzo 2012) fatica libraria del toscano Filippo Bologna per i tipi di Fandango Libri, si parla anche di noi! Smile.
Ma non è questo che mi muove a buttar giù una nota di lettura (cosa che quasi mai faccio in questa sede per opere narrative).
I pappagalli m’interessa perché si tratta di un romanzo che ha come tema la scrittura, o meglio la scrittura competitiva, la scrittura di successo, la scrittura “vincente”, la scrittura sottratta giustappunto alla desolazione di scatoloni di copie indistribuite, di conventicole autoreferenziali, di pagine web infrequentate; destinata invece agli onori della ribalta, allo splendore dello scaffale vicino all’entrata in libreria, alle vendite.
Oltretutto – sommo scorno e sommo sarcastico piacere – uno dei tre protagonisti, il Maestro, ha una formazione-provenienza poetica e guarda caso è il più grottesco triste e “irredimibile” di tutti (pp. 195-196):

Pile di thriller soffiavano ghiaccio o stillavano sangue dalle copertine lucide sotto la luce artificiale, massicciate di bestseller disegnavano un percorso obbligato, superato il quale si accedeva a una galleria di faccioni di noti comici televisivi sparati in copertina. Nel comparto “Narrativa Italiana” il Maestro cercò il suo libro: non c’era. Controllò se i titoli fossero in ordine alfabetico: non c’era. Un nodo gli strinse la gola. A grandi falcate guadagnò la sezione “Poesia” e in preda a uno stato marasmatico prese a scorrere i nomi sulle costole dei libri: finalmente, in fondo alla fila, proprio all’angolo, costretto contro la parete dello scaffale, giaceva un suo vecchio libro. La morsa di angoscia si allentò. Si sentì pervadere da una profonda tenerezza. Come un passerotto preso in un archetto, liberò il suo libro dalla trappola, lo prese in mano. Soffiò via la polvere, lo carezzò, e lo sfogliò con la delicatezza con cui si maneggia un essere vivente, se fosse stato possibile avrebbe voluto lanciarlo in aria per fargli prendere il volo. Una signora di mezza età, con i capelli tinti di un rosso tiziano e un trucco vistoso lo guardò incuriosita. Il Maestro le porse il libro, invitandola a prenderlo in mano. La signora, riluttante, lo prese e lo esaminò.
– Lo conosce?
La signora scosse la testa.
– È un grande poeta.
– …
– Il massimo vivente.
– Grazie, ma io cercavo un libro di cucina. Saprebbe indicarmi dove posso trovarlo?

(Io ne conosco di poeti così, ce n’è uno uguale uguale uguale la cui identità non rivelo manco sotto tortura. Smile).

Pappagalli Bologna

Il punto forte del romanzo è quello di darci una visione acuta e corrosiva di questo mondo dove ogni possibilità di “lieto fine” è insita solo nella capacità di recepire la profonda demotivazione allo scrivere e quindi purificarsi, con o senza escamotages, riaffacciandosi alla vita vera che pulsa da tutt’altra parte. Quindi giudizi tranchant come quello citato in apertura, negativamente perentori nei confronti di chi galleggia nelle fatue periferie della scrittura (in primo luogo “noi” poeti appunto), costituiscono solo una delle due campane, quella più evidente; l’altra campana risuona nelle pieghe dello sviluppo narrativo e ci rivela che essere un Esordiente di successo o uno Scrittore conclamato sottende un non dissimile sfacelo, soprattutto sul piano esistenziale e sociale.
Con una trama leggera e con la consapevolezza di molte distorsioni editoriali che qui vengono ben descritte, Bologna mette in piedi piccoli intrecci, gaffes ben congegnate, surreali fonti d’ispirazione, perfino una cadenza d’inganno dai risvolti letali; con in più almeno un episodio autenticamente umoristico (quello, sempre legato allo squallido Maestro-poeta, che chiude il primo capitolo, e cui non vi accenno neppure, onde non guastarvi il piacere della lettura).
Anche il titolo è ben studiato e intelligente, giocato com’è sul triplice senso di “pappagallo” (animale – utensile sanitario – persona che “ripete”) ripartito in ciascuno dei protagonisti.
Tutto ciò, reso con un incedere lieve ma cromaticamente ampio e immaginifico, con abbondanza di similitudini al limite del poetico, rende il libro astrattamente gustoso, a tratti brillante, astrattamente consigliabile.

 …Un momento Corsi: che ci fanno quegli astrattamente?
Semplice: testimoniano un grosso e concreto problema che accomuna questo libro ad altri e che va a colpire proprio il suo pregio principale, la scorrevolezza e leggerezza. Si tratta di un male che calcisticamente (ma il calcio a sua volta lo ha preso dall’ortografia) potremmo chiamare svirgolatura (un insieme di svirgolate da piede di granito… all’atto della virgolatura) e che purtroppo affligge una grandissima parte dei libri che mi capita di leggere recentemente, perfino l’altrimenti eccellente traduzione di Aurora Leigh operata da Bruna Dell’Agnese, appena terminata (e perfino regalata) con autentico piacere.
Si usano quasi sempre troppe virgole, oppure non si chiude l’inciso; in entrambi i casi ciò deriva, credo, dall’equivoco di assimilare pedissequamente la punteggiatura alle pause declamatorie che oralmente faremmo. Qui tutto il libro ne è imbevuto (anche gli esempi sopra non ne sono immuni); riporto a raffica solo i passi più eclatanti.

p. 136: “Perché i pensieri, quando il vino li lubrifica corrono ancora veloci e leggeri come un tempo”.
p. 174: “Molte di quelle frasi, gridate dalla Fidanzata risuonavano nella testa de L’Esordiente come il gong di un incontro finito male”.
p. 193: “Leggere il proprio nome stampato, a caratteri grandi e inchiostrati su una raccolta di poesie gli aveva recato un minimo sollievo. (…) Poi, si pulì la bocca col dorso della mano”.
p. 264: “E Lo Scrittore, quanto a banalità era un campione”.
p. 267: “Quel che conta, è che il piccolo cuore del piccione nel preciso istante in cui il rapace entra nel suo campo visivo subisce un’accelerazione spaventosa”.

 Non avete idea di quanto questo esantema mi rovini la giornata al cospetto di un libro altrimenti valido!

Poi, siccome la svirgolatura è statisticamente figlia di un editing precipitoso o assente, si trova anche altro:
un “intonsi” riferito a semi di pappagallo o ad acqua nella ciotola, ultroneo rispetto al suo significato (p. 54 “I semini nella mangiatoia e l’acqua nella ciotola erano intonsi”) ma coerente con l’uso sempre più frequente – che a me non piace – di intonso in luogo di intatto;
un “gli” in luogo di “le” che stona parecchio all’interno di una frase con valenza aforistica, caso unico nel libro rispetto a un contesto per nulla locale o dialettale e che quindi non lo giustifica (p. 230: “La Morte ha un guardaroba invidiabile. (…) Se si presenta nuda, è solo perché non gli si è dato il tempo di vestirsi”);
infine un notevole travisamento letterario del gioco linguistico (delle cicale – ci cale, c’importa) alla base della canzone-caposaldo culturale di Heather Parisi (p. 222: “E le cicale, cicale cicale cicale/ e la formica invece non cicale mica”), travisamento probabilmente ingenerato dal fatto che le pagine di online lyrics diverse da Wikipedia sono quasi tutte erronee.
Adde qualche cosuccia marginale che io avrei aggiustato, tipo “snickers” (p. 236), “Inosservati al mondo” (p. 190) e così via.

Probabile che abbia ragione il mio guru libresco di riferimento quando mi scrive, sia pure sulla base di sensazioni empiriche e senza conoscere la realtà di specie, che generalmente il problema dei refusi (qui di refuso in senso tecnico c’è solo l’inversione di p. 106 e 107, ma magari è la mia copia) o dell’editing  cattivo o non pervenuto riguarda case editrici che tanto sanno che venderanno lo stesso. Nel nostro caso il catalogo blockbuster (Sandro Veronesi, Terzani, Vendola, Gianni Clerici che a scanso di equivoci ammiro moltissimo) costituisce indizio non da poco.
Un altro esempio di editing pessimo che ho incrociato riguardava Neri Pozza e un libro di ambientazione musicale ma di qualità nettamente inferiore a questo, ragion per cui mi son dato pace; cfr. la nota di lettura qui col titolo “storia di due editing”.
Devo dire comunque, tornando su Bologna, che è la svirgolatura a darmi più fastidio, proprio per la sua ubiquità, per il fatto che ti accompagna quasi per tutto il libro. Qualche scelta lessicale discutibile, o qualche soluzione dialettale fuori contesto, si perdona pure.

Concludendo? Come certi gelati, “brutto (stilisticamente) ma buono (nella sostanza e nell’inventiva)”: se faranno una seconda edizione editata a puntino il libro si meriterà cinque stelle. E le sue acide introspezioni sono già allegramente/tristemente condivisibili. Quindi se riuscite a passar sopra al mancato lavoro sulla prima edizione, cioè se quanto elencato non v’indispone troppo, allora vi consiglio sin da ora la lettura.
…Come dite? Il libro costa 16,5 Euro e uno per trentaduemila lire (siamo vecchi signora mia, e poi detto così continua a fare più effetto) dovrebbe aspettarsi ben altra cura del prodotto? Eh beh, su questo non posso darvi torto.

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Written by Roberto R. Corsi

14 giugno, 2012 a 16:15

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