Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

“Il dolore (metodico, affiNato)” secondo Cristina Alziati

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Cristina Alziati

un bel ritratto della poetessa Cristina Alziati (fonte: wikipedia)

Mi permetto di utilizzare, operando un cambio di consonante (affilato/affinato), l’incipit di una vecchia poesia del sottoscritto per chiosare Come non piangenti (Marcos y Marcos), silloge di ampio respiro. Sulla quale non mi soffermerò troppo in sede propriamente critica: è una bella raccolta, senz’altro meritevole, senz’altro al di sopra della media. Il volo d’aliante sopra le regioni del dolore percorre rotte domestiche e internazionali; la battaglia per la vita riconquistata (I riccioli della chemio) o perduta (A mio padre) entro le mura familiari si alterna con tematiche sociali (intolleranza, guerre) e soprattutto indagando la prima radice del male nella pena dei bimbi (vittime di guerra, di povertà, di malattie che minano la logica stessa dell’esistenza). Ne risulta un affresco vastissimo, enciclopedico.
Libro stilisticamente ben condotto, con qualche piccola disattenzione nella scelta tra virgola a fine verso ed enjambement (difficilissimo per tutti non cadere mai in fallo).

La maggiore fonte di riflessione che traggo da questo libro sono le note dell’Autore, ben sette pagine in cui vengono dettagliatamente esposti i riferimenti delle poesie, persino del titolo. Ve ne potete rendere in parte conto osservando, tra le cinque poesie che ho trascritto nel mio taccuino, la terza e la quarta.
Questo mi conduce con la mente al mio esordio, anch’esso fortemente intriso di elementi prevalentemente culturali, e per il quale invece scelsi pochissime “note esitanti ed eventuali”. Ho voluto scommettere sulla curiosità e sulla capacità ricostruttiva (o, meglio ancora, sulla voglia di azzardare la propria interpretazione) da parte del lettore, e ho perso; emblematico fu l’operato di un critico che durante una presentazione, giunto alla mia poesia ispirata da (e recante in titolo) Ditta Pásztory Bartók, trovò opportuno avvertire gli astanti che non si trattava di azienda (ditta)…
Credo dunque che quest’atto di umiltà didattica della Alziati paghi molto di più per far sì che il lettore abbia il polso della poesia. Questo almeno “allo stato” della curiosità media.
Nel caso di specie, soprattutto per le poesie “sociali”, scopre però un nervo: i crudi fatti esposti in nota si fissano duramente in testa e fanno prendere alla sublimazione poetica il sapore di un edulcorante. Il dolore “non più affilato ma [r]affinato”, per ritirare in ballo il mio verso. Non è un caso che Fabio Pusterla, in quarta di copertina, accenni a come basti scorrere le note conclusive per farsi un’idea chiara del carattere civile e politico (addirittura?!) della poesia di Alziati; inconsciamente questo principio di sufficienza, dunque di prevalenza, sancisce che la poesia, ricercando l’altezza, perde in durezza, in furia, in capacità di pungere, rispetto alla nuda esposizione. Occorre costantemente calibrare l’inclinazione, anche per togliere alla narrazione poetica, oltre al senso d’annacquamento (peraltro quasi mai eliminabile del tutto, a mio avviso), un qualche sospetto autoassolutorio… far sì che la narrazione del dolore non possa mai essere equivocata per “atto di dolore”.

Quanto “spiegare” al lettore o quanto lasciargli mano libera? quanto “sublimare” il dato fattuale col linguaggio poetico?… Due quadrature del cerchio con cui non si smette mai di avere a che fare.

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Written by Roberto R. Corsi

20 febbraio, 2012 a 21:26

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