Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Affare Makropulos al MMF: oltre le gambe c’è di più?

with 2 comments

Leoš Janáček (1854-1928)

Torno al Comunale, dopo un’assenza di quasi un anno e mezzo, per L’affare Makropulos di Leoš Janáček. Accantonata la scaramanzia (vedi qui e soprattutto qui), l’occasione era ghiotta anzi irrinunciabile per assistere a un’opera che, dal 1960 a oggi, è stata rappresentata in Italia solo dodici volte compresa la presente, di cui tre (inclusa la première italiana del ’66) meritoriamente proprio a Firenze. Andato in scena per la prima volta nel 1926, il “Makropulos” deriva letterariamente dalla commedia di Karel Čapek (famoso anche per avere ideato la parola robot), e gravita intorno alla figura femminile di E.M., étoile della lirica, viaggiatrice suo malgrado, altezzosa, algida. Curioso e contraddittorio personaggio, nei primi due atti del tutto anticipatore della Lulu berghiana (che arriverà quasi un decennio dopo, incompiuta), o se volete, del pari riecheggiante l’antieroina di Wedekind (che invece scrive tra il 1896 e il 1904 i due drammi da cui è tratta la Lulu) nella sua forza magnetica e distruttiva verso il sesso opposto. Emblematico, qui nel Makropulos, il secondo atto, con quella cerchia scenica di uomini completamente assoggettati, quasi cani in calore davanti all’uscio della cagnetta, e con l’attrazione (fatale) abilmente esercitata sul giovane Janek ma soprattutto sul di lui padre Prus, il cui rapidissimo asservimento che conclude l’atto somiglia molto alla scena di seduzione tra Lulu e il Dr. Schön… Poi, dopo la notizia tragica relativa al ragazzo (accolta con luciferina indifferenza: qualche colpo di pettine!) arriva, improvvisa benché favorita da qualche bicchiere di troppo, la catarsi: E.M. svela senza troppe costrizioni il suo arcano, rinuncia fatalisticamente ai propri intenti e, nella grande aria finale, trae la sua stessa morale volgendosi al pubblico.
Un’eroina – dalle sfaccettature probabilmente ricollegabili, nell’immaginario janacekiano, alla figura di Kamila Stösslová – quasi bipolare, attorno alla quale è costruita una partitura musicale ricca, come spesso in Janáček: pronta a farsi, di conserva col mutamento della protagonista, da nervosa e tematicamente condensata, soprattutto nel primo atto, a via via più piana e distesa.
L’impressione, per me che affrontavo l’opera per la prima volta, è che l’azione e il materiale drammatico musicale avrebbero avuto bisogno di almeno una buona mezz’ora di scrittura  in più per sviluppare e collegare meglio le connotazioni soggettive-oggettive di un “caso” che, messo così, assomiglia più a un Bignami (per tacere dei recitativi a rompicollo attraverso cui molte delle pieghe della faccenda vengono esposte). Tutto passa invece abbastanza velocemente e, venendo al problema della serata, all’acqua di rose: non ci sono stati a mio avviso correttivi, cioè spunti o ardimenti interpretativi, musicali o registici, che potessero manipolare la percezione del tempo scenico o musicale nell’ascoltatore. Non nel binomio William Friedkin / Michael Curry, che – mercé forse le ristrettezze congiunturali – mettono in scena una rappresentazione senza memorabilia, con niente più di uno slideshow fotografico (solo, accarezzato dalla protagonista in ombra a simboleggiare il desiderio d’immortalità) per il preludio e un ecpirico finale computergraph, in mezzo ai quali c’è poco o nulla. Non nell’orchestra guidata da Zubin Mehta al debutto in quest’opera, condotta con rispetto ma senza scavo e sottolineature nei primi due atti, fino al finale del secondo e al terzo, dove invece è più nel suo habitat lirico e si fa maggiormente apprezzare.
Il cast è nel complesso buono, con una nota di merito per il Vitek di Jan Vacik e il Gregor di Miro Dvorsky. Maglia nera del gruppo l’affaticato avvocato Kolenaty di Rolf Haunstein. A sé Angela Denoke, dalla conturbante presenza scenica grazie al registicamente-seduttivamente studiato sventolio di due gambe considerevoli, in pieno trend teutonico-kessleriano: quel che più conta, prova vocalmente superata, in volumetrico crescendo e costante nitidezza per lei, ovviamente a lungo applaudita.
Per concludere voglio segnalare l’ottimo programma di sala ove spiccano il generoso saggio di Franco Pulcini e il libretto in italiano, offerto non nella versione dei sopratitoli ma in quella ritmica (lavoro notevole, considerando le differenze tra il ceko e l’italiano) creata dal compianto Sergio Sablich.
Si replica domenica e mercoledì prossimi.

Annunci

2 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. la parola robot esisteva già in boema e vuol dire lavoratore anche prima che Capek scrivesse la sua commedia RUR (Rossum’s Universal Robots)…
    Giuseppe Panella

    la parola ceka è robota (lavoro pesante) con la a finale… ovviamente ne è la radice ma “robot” non aveva autonomia lemmatica. Ciao. RRC

    Mi piace

    giuseppe panella

    28 ottobre, 2011 at 15:34

  2. Ciao Roberto. Conscio di scrivere una banalità, sono contento di sapere che anche tu hai apprezzato la grande arte della Denoke, una delle cantanti/attrici più rilevanti dell’attuale panorama lirico. I libretti di sala fiorentini, assieme a quelli della Fenice, sono sempre molto ben strutturati.
    Ciao!

    Mi piace

    amfortas

    28 ottobre, 2011 at 15:38


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: