Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

cognizione di causa

with 2 comments

Emilio BEtti

Emilio Betti (1890-1968), il grande giurista, sostenitore della causa come funzione economico-sociale del negozio (immagine dal sito unicam.it dell'Università di Camerino)

non posso non segnalare al più presto l’ottimo lavoro di “disvelamento” che emerge in questi giorni da due inchieste concomitanti: una a firma Stefania Parmeggiani sul business dei concorsi a pagamento e una, ancora più scabrosa, a firma Corrado Zunino, sui contratti dei giovani calciatori interamente pagati dalle famiglie degli stessi.
Non si tratta di due realtà completamente miscibili perché operano su due piani ben diversi di moralità (da un lato il plusvalore collegato al rapporto costi (irrisori)/ ricavi, e dall’altro il nudo e crudo pagare per lavorare, per tacere di elementi di frizione normativa più specifici), ma sono senz’altro accomunate tra loro (e con l’EAP) dal rilevante masochismo dei soggetti che vi si affidano, in massima parte – almeno credo – a conoscenza che le cose non dovrebbero andare così, ma portàti ad assecondare il meccanismo per la rassegnazione o il convincimento, puntualmente smentito dal tempo, che in tal modo si possa arrivare da qualche parte.

Manca a una fetta del paese, credo, l’affezione a – o la voglia di combattere per – una moralità della causa contrattuale. Pur non avendo il tempo di approfondirlo torno spesso su questo concetto, che deriva dagli studi su quell’elemento essenziale del contratto, ancora dibattuto, che è la causa, nelle sue varie interpretazioni. Ci torno spesso perché prima o poi, nel dominante formalismo attuale, potrebbe far breccia un orientamento (che naturalmente sarebbe sùbito bollato come comunista/ marxista/ o meglio polpottista – viste le polpette che sottrarrebbe e l’autorevolezza dei denti cui lo farebbe) più attento alla equità sostanziale dell’assetto contrattuale, tale da soppesare, oltre alla chiarezza di prestazione e controprestazione, la “compatibilità del tutto con i valori fondanti, in un determinato momento storico, quella determinata società civile”. Quindi, almeno spero, alla dignità del lavoro, anche intellettuale, e all’essenzialità di una sua (magari giusta o proporzionata) remunerazione, con come corollario il giudizio di aberrazione verso ogni lavoro pagato da chi lo compie.
Insomma penso che la causa contrattuale nasconda in sé la soluzione di là da venire.

Nell’attesa di quello che si spera non sia un 38 luglio (cit.), non resta che puntellarsi moralmente, cioè rifiutare ogni forma di lavoro a pagamento e, pur su un piano più bagatellare, evitare di assecondare un business, quello dei concorsi con contributo spese, che sono spesso uno specchietto per allodole per guadagnare facile e null’altro.
Buona lettura delle inchieste.

Annunci

Written by Roberto R. Corsi

26 agosto, 2011 a 10:14

2 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. Il tuo discorso fila bene e affronta per l’ennesivma volta la questione dei premi a pagamento che sono veramente deleteri e un affare per chi li organizza. Resta però il fatto che per ogni organizzazione occorrono dei denari e se l’ Ente o chi per esso non li ha o si ferma o li trova. Siccome i premi ” tirano” per le ragioni che tu hai sottolineato e non sono obbligatori, questo effimero piacere ( o dispiacere) purtroppo è il veicolo più facile per giungere al conquibus sia da una parte che dall’ altra. Con pochissima etica,d’ accordo. Avvisare e commentare negativamente quindi è bene.

    Mi piace

    Liliana Ugolini

    26 agosto, 2011 at 10:52

  2. Che la causa, come elemento essenziale del negozio giuridico, assolva ad una funzione economico sociale dovrebbe apparire ovvio a chi crede nell’etica come strumento che vincoli i comportamenti individuali. Purtroppo,anche se mi rendo conto di scadere nel luogo comune, la mancanza di etica nella maggior parte degli accordi di natura contrattuale è la ovvia e naturale conseguenza della sempre maggiore mancanza di etica che è caratteristica della società moderna. D’altra parte un capitalismo senza freni, condizionato da multinazionali dai fatturati superiori al PIL di moltissimi stati sovrani, non più controllato e regolato dall’autorevolezza della politica e, quindi, non più sottoposto alla moral suasion dei governi centrali non può che portare, nel lungo (?), voglio essere ottimista, periodo ad una disgregazione della civile convivenza. D’altra parte se è stato dato così tanto credito alla scuola di Chicago, addirittura dato il Nobel a Milton Friedman dopo i disastri provocati in america latina (e soprattutto nel Cile di Pinochet) dai sui Chicago Boys che dire di più. Hai ragione dovremmo indignarci, ma la sola indignazione purtroppo serve a poco. Quindi un fondamento non solo teso al profitto (che non è mia intenzione demonizzare) ma anche etico della causa di un negozio giuridico (e non solo riferito ai due casi da te citati) è un auspicio di tutti noi ma temo che allo stato delle cose, per terminare in modo più lieve, se qualcuno pensasse di ricavarci un tornaconto venderebbe agli sprovveduti anche il piede di porco a pile.

    Mi piace

    Luca Boccamaiello

    26 agosto, 2011 at 12:20


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: