Dichterliebe, con l’accento su Liebe

brightstar
Il manoscritto autografo del sonetto

L’ultimo film di Jane Campion, Bright Star, girato nel 2009 dopo sei anni sabbatici e presentato a Cannes, racconta l’amore tra John Keats e la studentessa di moda Fanny Brawne, a cui il poeta dedicò il sonetto il cui incipit dà il titolo al film.
Non ci si aspetti un’opera biografica: la pellicola è una ben levigata storia d’amore, rappresentata (come sempre nei film di Campion) dal punto di vista della donna.
Fanny Brawne è una ragazza ben piantata con un volto gentilissimo (l’australianona Abbie Cornish), dal carattere fiero e dalla lingua affilata. Keats invece è affidato a Ben Wishaw, protagonista de Il profumo e già entrato nei panni di un poeta, Rimbaud, in Io non sono qui: un Keats dismesso e fragile con un look da terzo fratello Gallagher.
Entrambi sono fuori del mondo, lui per indigenza e testa poetica, lei per “insufficienza artistica” della sua professione nel giudizio sociale.
Le poesie di Keats – tre soprattutto: l’attacco di Endimione, Bright Star appunto, e la bellissima Ode a un usignolo che echeggia lungo i titoli di coda – aleggiano lungo tutto il film; ma come viene rappresentata l’ars poetica? In modo assolutamente romantico, in particolare come una creazione irripetibile e immodificabile, su cui non è lecito tornare altrimenti non è poesia. Non lo trovo condivisibile e fa un po’ sorridere pensando a quanto metrica e rima fossero connaturate con quello stile (e quanta meccanica dunque vi fosse dietro), ma è bello cullarsi sopra questa idea di purezza almeno per un centinaio di minuti.
La poesia, soprattutto, è subordinata all’amore. Il punto chiave del film è quando Fanny, già innamorata, decide di “essere all’altezza” prendendo lezioni dal poeta e frequentando (o millantando di farlo) poesie anche di altri autori, venendo però poi còlta in fallo su Milton dall’amico collega e protettore di Keats, Charles Armitage Brown (figura del cattivo, in perenne dissidio con Fanny, ma in fondo simpatico per la sua gelosia amicale e per essere così terreno e fallibile in rapporto all’amore dei protagonisti). Ecco, proprio in concomitanza con questo schiaffo Keats si lascia andare all’amore per lei e grazie ad esso la sua poesia riprende lo slancio che aveva perduto, rifiorisce, si esalta lungo un sublime distante e caramellato idillio, destinato a non sbocciare per povertà e morte. Da notare la furbizia finale: in realtà dopo la morte di Keats Fanny si sposò ed ebbe tre figli, ma la sovraimpressione non ci dice niente di tutto ciò, c’informa solo del fatto che non si tolse mai l’anello di fidanzamento…
Un film godibile seppur lontano dagli alti esiti di Ritratto di signora. Bella la fotografia di Greig Fraser, bella la colonna sonora che contiene anche una non imprescindibile versione a cappella dell’Adagio dalla “Gran Partita” (KV 361) di Mozart.
Qui il trailer del film

bright-abbie
la fotografia del film regala bei momenti (foto via wuz.it)

6 commenti

  1. Quoto sul tuo dissacrare la visione romantica (non ragionata) dell’arte essa tutta! Il movimento romantico ha lasciato in eredità delle realtà sublimi, ma che se portate all’eccesso (di solito da chi poi l’arte non tenta nemmeno di farla) capitolano in un processo di semplificazione generale allucinante.
    Come dire che il Dicheterliebe di Wunderlich non nasconda 20 anni di tecnica pura lanciata allo sbaraglio della morte del cuore! 😉

    yours

    MAURO

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    • forse “dissacrare” è dir troppo, perché ammiro nel profondo le creazioni, ma certamente sorrido nel pensare a certi enunciati di spontaneità assoluta senza alcuna ricerca sulla parola, fatti da scrive sonetti con pentametro giambico perfetto o metri simili! Ciao Mauro

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  2. bob, concordo sulla natura compiacente di questa pellicola, che io personalmente (nella mia oramai proverbiale assenza di mezzi termini) definirei deleteria più che inutile, in quanto una volta ancora (ne abbiamo forse bisogno?) sposta l’attenzione dalla questione della sostanza letterarai a quella di un contenitore formale e arbitrario
    nessuno nega (e come si potrebbe?) la piacevolezza della pellicola, ma dov’è la cultura, e in particolare dov’è la cultura letteraria, in tutto ciò?
    un caro saluto

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    • Cam, una buona fotografia, un possibile impulso verso la poesia di Keats per chi non la conoscesse.
      It’s not that much but it’s something, dati soprattutto i tempi.
      E penso che la Campion, che ha parlato di “storia d’amore, niente affatto biopic”, volesse proprio predisporsi alla tua obiezione di utilità culturale – tu potresti controdedurre che allora sarebbe stato meglio girare una storia d’amore tra uomo x e donna y.
      Insomma non sono d’accordo sul deleterio o sull’inutile nella misura in cui mi porta un solo bimbominkia in più a comprare il libro di Keats; da un punto di osservazione superiore si è invece, lo concedo, giocato su piani collimanti (e giocata una briscola con la figura ibrida dell’amore eccellente). Tanto è vero che a Cannes il film ha suscitato consensi anche autorevoli ma nella sostanza ha riscosso zeru tituli.
      Grazie dei tuoi spunti 🙂

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  3. uhm, come dirti? oramai non è più tanto difficile girare un film con una buona fotografia, siamo abituati alla gradevolezza vacua del materiale iconografico, ci sono infinità di esempi da copiare, e in questo la campion è maestra, dato che già con il suo precedente (quello con meg ryan) aveva a mio parere saputo estrapolare molto dalle sfocature e dagli edonismi cromatici che proliferano sul web /
    per quanto riguarda il fatto che qualcuno uscito dal cine sarà senz’altro passato alla feltrinelli (o alla demetra, sic) ti confesso che – un po’ alla cacciari – penso che ai libri bisognerebbe arrivare in altro modo, con una determinazione diversa, ma è solo la mia opinione /
    ne sto scrivendo, dopo se riesco pubblico sul blog
    baci
    c

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