Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

…di tre colori e d’una contenenza

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© hollywoodnews.com

In The tree of life di Terrence Malick il principio da cui tutto si sviluppa e in cui tutto ha termine mi ha fatto pensare, circolarità a parte, alla visione dantesca di Dio: emerge come uno squarcio gassoso in cui sono rappresentati l’azzurro-cyan e un rimbalzare tra rosso e giallo (dunque attraverso l’arancio)
Non sono però troppo d’accordo con la maggioranza dei critici nel vederlo come un atto di fede o addirittura come una preghiera: mi sembra un film che può essere letto sia in chiave religiosa che in chiave naturale – non a caso la voce fuori campo della protagonista sentenzia che ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura e quella della grazia. Proprio la dualità sembra un leitmotiv del film: si parla spesso anche di uomo e donna (diresti di yin e yang) come di mondi in conflitto – e il piccolo Jack recepisce in pieno su di sé queste tensioni.
Quello che è certo è il profondo umanesimo di Malick: ogni singola morte umana, prima nel dolore-interrogazione poi nell’accettazione, chiama necessariamente in causa l’intera cosmogonia. Alla coscienza, violenta od ovattata, della perdita definitiva corrispondono le due parti “spaziali” del film (forse un po’ documentaristica la prima, con recupero di materiali girati anche per altri scopi), cioè la creazione dell’universo e il compimento del ciclo solare, con risvolti simili al finale del leopardiano Cantico del gallo silvestre.
Magari uno sbilanciamento a favore del fideistico è da leggersi nel finale, in quel “varcare mentalmente la soglia lignea” che prelude all’abbandono e alla riappacificazione di un altro binomio in conflitto, quello tra natura e tecnologia (che a sua volta può divenire via d’accesso alla grazia, come suggerisce “onomasticamente” la penultima inquadratura).
E le reminiscenze bibliche non si esauriscono, mi sembra, all’esergo dal libro di Giobbe che apre il film, ma sono sparse in molti punti (pensate alle sorti dei due fratelli e al loro carattere, come pure all’inimicizia figlio-padre).

Il devoto malickiano in me non può non esaltare il magistero fotografico e registico, pur riscontrando una punta in più di autocompiacimento che deriva forse dall’essere stato assorbito dalla coscienza collettiva con alcuni “marchi di fabbrica” (ricerca del controsole, lo straniamento motorio dell’altalena ripreso da La sottile linea rossa).
Si aggiunge una colonna sonora fieramente dominata dalla musica classica, qui la scaletta completa, durante il film ho riconosciuto – pavoneggiandomi un po’ con gli astanti – Mahler, Smetana, Gorecki, Brahms, Bach, Schumann e Mozart.
Tra gli attori, tutti pienamente in sintonia col grande regista, un Brad Pitt algido poi commovente (nella scena dell’abbraccio col piccolo Jack ho pensato a quanto mi è mancato che mio padre mi partecipasse così delle sue cattive sorti), ma soprattutto una Jessica Chastain il cui gesto di giunco e le cui espressioni sembrano un’idealità, un precipitato corporeo del cinema di Malick

Da vedere e rivedere [Per i fiorentini: resta al Fulgor di via Maso Finiguerra sino a martedì].

Guarda il trailer su youtube

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4 Risposte

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  1. de facto
    io mi sono un pò annoiato !
    🙂

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    Sabino Berardino

    15 giugno, 2011 at 19:40

    • io invece credevo peggio, alle 19 c’avevo un abbiocco che lèvati, poi pizza e film, scivolato via bene 🙂
      Quanto alla noia, va visto rivisto e “scomposto”, alla prima visione mi è parso un po’ dietro La sottile linea rossa, però attendo di rivederlo.

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      Roberto R. Corsi

      15 giugno, 2011 at 19:45

  2. Io ,che prediligo particolarmente i film lenti, ho trovato l’ultima pellicola di Malick un po’ troppo lenta e facile a certi indugi di autocompiacimento (come giustamente noti anche tu) e, al di là della magistrale fotografia e della colonna sonora, mi sono un po’ annoiata.

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    cinzia

    16 giugno, 2011 at 00:04

  3. E’ una delle migliori analisi che ho letto relative al film, che condivido, in particolare esprimi benissimo anche un mio pensiero quando ti esprimi così: ogni singola morte umana, prima nel dolore-interrogazione poi nell’accettazione, chiama necessariamente in causa l’intera cosmogonia.

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    Roberto Maggiani

    17 giugno, 2011 at 16:18


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