Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Ed un padre brigadiere che scrive poesie

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fina

Dettaglio della copertina di "Questo piccolo grande amore" (dal sito motomanuali.com)

Purtroppo la mia prima partecipazione a un concerto è stata per una data di Baglioni (poi passo ore a interrogarmi sulle mie fobie). Che volete, i più giovani del branco, come me, andavano dietro ai più vecchi, e i più vecchi erano probabilmente intenti a smutandizzazioni mirate canticchiando della maglietta FINA etc. Quindi, d’imperio, tutti al non certo pogatorio concerto e prima ancora a prendersi l’audiocassetta dove il suddetto, tra sempiterni tormentoni, ci stornellava la sua autobiografia (quelle esalazioni interstiziali alle canzoni di Strada facendo), col padre descritto “brigadiere che scrive poesie”.
Non è cambiato molto da allora – sarà stato non più tardi dell’85 – e credo che quella frase illumini ancor oggi su pregiudizi e tristi sorti di chi scrive.
Questo bell’articolo demotivazionale di Alberto Bullado, segnalato da Gumwriters e che v’invito a leggere, ci ricorda – citando talora Massimiliano Parente – come per il settore narrativa il mercato sia egemonizzato dal modello del personaggio pubblico E scrittore, a detrimento degl’imbrattatori di fogli tout court.
Salvi pochissimi casi nessuno campa di pagine scritte e dunque, se non si vuole fare il bohémien, come mi dardeggiava elegantemente una ex, bisogna cercarsi e magari trovarsi “un lavoro”. Real job (citando i genitori di George Thorogood) che da un lato – ove non collegato alla letteratura – ti prende a morsi il cervello succhiando e sputandone via le idee, dall’altro ti condanna al ludus calami, alla marchiatura dilettantistica: “sai, faceva il postino e ogni tanto scriveva”… non “scriveva e si manteneva facendo il postino”. Il brigadiere che scrive poesie, giustappunto.
E il mondo/mercato editoriale quest’onesto lavoratore proprio non se lo fila (a meno di potergli estorcere quattrini per la pubblicazione), osserva Bullado.
Ve lo dico: per ogni indole votata alla scrittura, l’essere additati come qualcos’altro E scrittore è una frustrazione senza pari. Si tollera come una cisti perineale di 24kg circa.
Dall’altra parte il personaggio pubblico E scrittore può infliggere – spesso con l’aiuto di un ghost writer – ogni inutilità letteraria (di solito librandosi dall’autobiografico del primo libro verso il romanzesco dei séguiti) e, se non il mercato, la major editoriale e le librerie lo premieranno con libro in copertina rigida e scaffale vicino all’entrata. Ciò erode, divora dall’interno il concetto di scrittura come decus.
Il dilettantismo è un Giano bifronte: un valore aggiunto per alcuni scrittori (i personaggi pubblici), una mannaia per altri. Accade qualcosa di simile in politica, dove molti pensano che la “politica di professione” sottenda una figura di sfaccendato o truffatore, e che sia meglio investire di mandato uno che ha fatto tutt’altro, preferibilmente lo Zampetti, nella vita. Quando in altri paesi, pur non mancando i voleurs, esistono scuole d’alto perfezionamento in studi politici che sono moralmente pressoché obbligatorie per chi ambisca alle sedie più importanti.

Assistendo a una tendenza per cui ci si sposta dalla competenza e dalla qualità intrinseca alla visibilità sociale, la strada più logica da consigliare per diventare scrittore potrebbe essere quella di diventare personaggio pubblico. Nell’accezione più vasta del termine: ad esempio, vedo molto probabile che l’affaire Paoloni, con quella scintilla giallistica del Minias nel thè a intervallo partita e tutto il resto della vicenda, possa tradursi in un bel blockbuster. Cominciare così poi pian piano, falettianamente, insinuare al pubblico la teofania della propria creatività.
L’altra strada, evidenziata da Bullado e abbastanza praticata mi sembra (nel mio àmbito li chiamo P.R.oeti, poeti Public Relations men), è quella più antica del mondo.

partecipare a forum. Iscriversi a blog. Mandare costantemente la propria roba in giro. Partecipare a qualsiasi concorso letterario. Fare la troia con tutti alle fiere dei libri. Cercare di meritarsi qualche raccomandazione o di farsi firmare una lettera di presentazione, precedentemente compilata, da, che so, Bevilacqua, piuttosto che da Lucarelli. E continuare a smanettare sul web in modo che il proprio nome figuri sempre su Google. Se necessario apriti falsi account di qua e di là commentando positivamente quello che circola in giro di tuo: “a me lui piace molto”, “credo sia sottovalutato”, “merita più considerazione”, “ve lo consiglio vivamente”, o la superbomba: “a me il suo libro ha cambiato la vita”. Terribilmente kitsch, ma potresti scrivere delle autorecensioni fingendoti un tuo lettore (“certe cose non si leggevano dai tempi di…”, oppure “è il nuovo Moravia”). O al limite crearti la tua voce su Wikipedia (“dopodichè la svolta realistica, un ritorno all’ordine e al suo passato…”). Di lì al servizio fotografico, il ritratto in bianco e nero dove ti reggi il mento, il passo è breve. Dicono che così si comportano quelli giusti, quelli tosti, quelli che ce la possono fare. A questo ci si riduce per essere scrittori.

Del resto la meccanica non è differente: anziché globale, si cerca di diventare personaggio pubblico di settore.

Si dirà che l’editore è un imprenditore, dunque deve vendere etc., e sono d’accordo. Ma alcuni imprenditori-editori – soprattutto uno che fa rima con editori – hanno una posizione dominante che permette loro d’imporre le tendenze. E io continuo ad acquistare loro novità librarie a 0,1€/pagina che sono un “niente senza pane” – buonino, divertentino, popolarino.
Comunque la vediate, occorre pensare in fretta a qualche soggetto o meccanismo educativo-correttivo per il grande pubblico. Sarebbe, altrimenti, come se facessimo scegliere le materie da insegnare alle elementari agli scolari: Playstation al posto dell’italiano, nutella al posto della matematica, Gormiti al posto di geografia e così via.

Intanto noi sedicenti poeti – la qualifica di poeta oggi si compra massimo a €1300, ricordate? – continuiamo a sognare di poter essere “letterati” e non “gente che gioca a fare il letterato perché è in pensione e/o se lo può permettere”.

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8 Risposte

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  1. Poveri scrivani…di tutto, di più ed è vero. I comportamenti sbagliati esistono da quando il mondo è mondo e hanno radici profonde. Parlarne è bene ma dubito nel cambiamento. Simpatico l’articolo ( e ben scritto come al tuo solito).Liliana

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    Liliana Ugolini

    12 giugno, 2011 at 04:51

  2. Notevole ritratto dell’attuale mondo letterario e del metodo, purtroppo vero, usato da molti per “fare carriera” velocemente verso i primi posti in libreria.
    Chi sa veramente scrivere e non si adegua a tali stratagemmi resta molto spesso nell’ombra.

    GBG

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    Giorgina Busca Gernetti

    12 giugno, 2011 at 08:59

  3. Parole amare, ma veritiere, purtroppo; e molto stuzzicanti… mi piace questo invito provocatorio che ha sottesa, e in modo nemmeno troppo velato, un’esortazione alla moralità, all’onestà intellettuale, che dà poi un senso allo scrivere. Già queste tue considerazioni, Roberto, mi sembrano tante piccole preziose tessere di un mosaico che ti permette la costruzione di un te stesso come scrittore; e tu scrivi bene, “hai stoffa”, e so che verranno fuori belle vesti, ben tagliate, cucite e indossate, dal tuo lavoro… mentre di tanti “imperatori” ora famosi qualcuno poi dirà “l’imperatore è nudo”… magari foderato di soldi e di notorietà, ma nudo… preferisco la tua via, continuala fiducioso
    . Massimo Seriacopi

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    Massimo Seriacopi

    12 giugno, 2011 at 10:46

  4. Aggiungerei lo stacanovistico ” aspettare alle cinque di mattina il critico famoso che porta a spasso il cane “, e , sempre valido : ” corteggiare Comunione e Liberazione ” per arrivare a [omissis] o quantomeno a [omissis] . Però bisogna averci lo stomaco adatto , e non è da tutti .
    Caro Roberto , soprassediamo , non facciamo nomi e cognomi . . .piuttosto spariamo quattro SI di comprendonio e di GIUSTIZIA .
    In gamba !
    leopoldo

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    leopoldo attolico

    12 giugno, 2011 at 11:40

  5. Se ci fosse meno gente che pensa di essere il nuovo Ungaretti non ci sarebbe bisogno di tutto questo. Lo stesso discorso vale per la gente che ha abbastanza soldi da potersi permettere pubblicazioni a pagamento. Se tutto questo non ci fosse, si scoprirebbe subito (o quasi) chi ha vero talento e chi invece non ne ha, e tutto sarebbe di conseguenza più semplice.
    Ma sono ovvietà.

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    Marina

    12 giugno, 2011 at 17:40

  6. Caro Roberto, quello che dici non fa una grinza. Però in passato esistevano comunque i mecenati e se lo scrittore (o il musicista) voleva campare doveva scendere comunque a qualche compromesso. In periodi più recenti forse se avevi veramente talento riuscivi ad emergere comunque perché il meccanismo del mercato non era così opprimente come ai giorni nostri (penso a Verdi e Puccini che rano conosciuti anche dal popolo e non solo dalle èlite). Al giorno d’oggi, purtroppo, qualsiasi bene ha valore solo in quanto merce indipendentemente dalla sua valenza artistica (lo so è banale, Wharol insegna) e questo ritengo sia un’aberrazione del sistema capitalistico. Dovremmo rivolgere lo sguardo altrove? Non credo: i sistemi sociali improntati sul collettivismo o sul fideismo hanno una matrice comune di tipo idealistico (nella sua accezione filosofica) i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non vorrei sembrarti pessimista ma purtroppo l’uomo è, ancora, una bestia. Siamo scesi dagli alberi da troppo poco tempo e, quindi, in una visione materialistica, la meno peggiore delle altre due a mio parere, cosa vuoi che interessi l’arte se non porta profitto; ai giorni nostri, soprattutto tanto profitto. Allora, forse, se fare un pò la “puttana” per rendersi visibile è utile, perché no. Lo trovi così disdicevole? Lasciamo a ciascuno la sua strada, forse come dicevi la volta scorsa il web o l’ e-learning possono essere una soluzione. Il rischio è rimanere vincolati ad una cerchia ristretta (il cenacolo degli eletti). In fondo tra i best sellers non c’è solo spazzatura falettiana. Altrimenti si rischia di fare la fine di Martin Eden.
    Con affetto.

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    Luca Boccamaiello

    13 giugno, 2011 at 21:35

    • dal mio punto di vista tutto è ammissibile finché la valutazione editoriale si fonda sulla qualità del prodotto e non su altri parametri. Il resto è distorsione.
      Ovviamente il fatto stesso che ci si ponga il problema significa che qualcosa, o tutto, non va.
      Preferiresti redigere un auditing aziendale fondato sui dati o uno come piace al cliente? Trovi la seconda cosa disdicevole? Se sostituisci al cliente il lettore, il meccanismo è lo stesso (almeno dal punto di vista di un’etica della qualità).
      Ciao, R.

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      Roberto R. Corsi

      13 giugno, 2011 at 22:52

  7. ciao a tutti e complimenti per il blog, innanzitutto.
    Niente, volevo dire che siamo un paese ormai antropologicamente “bisignanico”. Volevo dire che i cerchi “magici”, le entrature, gli amici di, i figli di, i provenienti da, hanno la marcia in più ed è anche logico e deducibile. Paese di scarse opportunità e di economia asfittica, demotivato e vecchio, senza gioia, l’Italia attuale non ha numi laici da elevare o nuovi miti da proporre. Tutto scade ed è precario, come la gloria che ne proviene. Probabilmente anche il desiderio di essere scrittori diventa spesso una smania di pura immagine, un marchio che si vuole assumere.
    Ma non per questo bisogna abbandonare la passione, se si ha qualcosa da dire. Non per via delle cricche bisogna disperare della propria vocazione, se la si percepisce salda e volitiva.
    Che proporre? Una rivolta dei “sedicenti”, nonviolenta ofcourse 🙂 Una rivolta critica contro il brutto e il precario, la diffusione virale di un contro-marketing contro gli editori-a-pagamento, per esempio. Una “rivolta morale”, più che una crociata politica o sociale. Qualcosa che insomma faccia capire che chi vuole essere un Aps (autore-a-proprie-spese, come ne parla in modo sublime Il Pendolo di Foucault di Eco) ha il diritto di farlo, ma chi glielo fa fare? E che gli editori che chiedono soldi lo possono fare, ma abbindolano “polli” e i “polli” dovrebbero svegliarsi.
    Un post di questo blog fa una eccellente opera in questo senso. E poi occorre capire, far capire, quanto sia desolante il panorama del “e scrittore” di cui parla in modo così piacevole (ma allo stesso tempo disperante) il post di Bullado.
    Ce la faremo? Boh
    Però sai che soddisfazione sfatare miti e far crollare indisponenti sicurezze!!!
    saluti

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    oliver panichi

    25 giugno, 2011 at 17:23


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