Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

un dragaggio opportuno: Il ponte di Heidelberg di Sergio D’Amaro

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D'Amaro

Sergio D'Amaro, Il ponte di Heidelberg, LaRecherche 2011². Clicca per accedere alla pagina di download.

Non passa giorno in cui non mi convinca un po’ di più che internet sia una risorsa irrinunciabile per il produttore e il consumatore di poesia: accanto al potenziale correttivo delle storture editoriali (su cui vi ho fatto ormai ‘na capa tanta) non va mai dimenticata la capacità di recuperare prove meritevoli impigliate nei fondali del tempo e della scarsa diffusione.
Così è, da stamattina, per Il ponte di Heidelberg, silloge uscita in cartaceo 21 anni or sono e ora riproposta in ebook grazie a LaRecherche.
Queste quarantanove liriche dal piglio epistolare, scritte da Sergio D’Amaro tra il 1984 e il 1989, formano un vero libro d’acqua (prendo a prestito il titolo di una raccolta di Massimo Scrignòli). Nihil novi, direte voi pensando a Ungaretti, a Luzi etc. Ma mi sembra di avvertire in questi versi una dominanza idrica se possibile ancora più completa rispetto alla poesia fluviale dei citati dioscuri. Qui l’acqua esonda, signoreggia il tutto, persino il tempo (gli orologi della quarta lirica sono liquidi), permea il vocabolario di luoghi oggetti e azioni (fluttuazioni, annegamenti…) e in ultima analisi permette una sorta di annullamento come nella chiusa della lirica XXVII: «Ogni desiderio, ogni passione era calma./ E me ne andavo tra i bambini/ con la più totale immersione nelle loro corse/ senza avvedermi del tempo./ E poi giacevo nel lago della stanchezza».

L’immagine del ponte sul fiume Neckar mi appare rappresentare la condizione umana, sospesa sul flusso “escatologico” che la precede e la segue. Essa costituisce un leitmotiv di questa raccolta, avvolta in un sereno scetticismo ahimé raro in questi tempi di – uso volutamente un termine forte – reductio ad deum della poesia. Sereno, dicevo, perché il cupo e perentorio affresco delle liriche XLI e XXXI (cui vi rimando possibilmente in quest’ordine) si stempera, negli ultimi tre versi della raccolta, in distesa agnostica accettazione: «Forse mi basta sapere/ che vengo dall’acqua/ e all’acqua ritornerò».
Appurato che occorre salpare, come si evince già dalla poesia d’apertura, l’interrogarsi sull’essenza del ponte, sulla sua consistenza e su quali rive questo possa collegare porta a scoprire le altre venature che scorrono nel libro: diffuso per più pagine è il senso della recherche (editoris nomen omen!) e di un viaggio che, da un solo iniziale interlocutore – chi è Friederich? quell’umano troppo umano in prefazione sarà un indizio? – e dal chiuso di una stanza, si apre verso un florilegio di personaggi e peregrinazioni, a lungo o più spesso corto raggio, per appropriarsi simbioticamente dei luoghi, come nella lirica XLVI:

Viaggio, caro Friedrich, sempre più/ viaggio all’interno delle mie terre./ Non sono mai pago di ritrovare/ le stesse pietre, le stesse acque, le stesse foglie/ cadute anno dopo anno nello stesso punto./ Vado su e giù per le mie terre/ visito le case ad una ad una/ alla ricerca del fiume./ Perché dovrei allontanarmi nel mondo/ cercare altrove le cose che mi appartengono?/ (…) cerco intorno una vita negli oggetti/ mi pare che la stanza muova il suo alito/ e si disponga a parlarmi coi suoi legni/ attraverso le venature delle pareti/ i bagliori del sole sugli specchi./ Sospetto che tutto questo/ sia un gioco di associazioni mentali/ di sensazioni espresse con proiezioni magiche/ piuttosto che vero magnetismo/ esercitato da un serio stregone.

Forse nella ricerca è racchiuso il senso di quel non (omnis?) moriar che, nel complessivo senso d’impermanenza che trasuda dall’opera, erompe come un iceberg di speranza nella lirica XXXVI. Ma non sottovaluterei la consistenza architettonica fondante di due sponde generazionali che compaiono nitidamente: il proprio status genitoriale (lirica V) e l’incipit della poesia di chiusura, dedicato ai luoghi della giovinezza materna. In particolare è nella quinta lirica che memoria e posterità si agglomerano in un gioco che sembra resettare l’acquosa inconsistenza del tutto e che a livello poetico coincide con uno dei passi più alti:

Ho anche una figlia, Friedrich, lo sai?
Conferma il gioco della vita
è l’altra sorgente del mio tempo.
Ritorno nelle sue cellule a scoprire il mondo
a inventare il linguaggio, i significati
tra le nebulose della memoria
(la memoria come parametro
tra sogno e realtà: territori, oggetti, prismi screziati
per visioni multiple e concorrenti
tutto il peso del passato sulle bilance).
Filius è phìlos, il figlio è amico,
amico della memoria, amico del gioco
anche di quello che lascia i dadi sul tavolo.
(…) Le cose, ferme, acquistano la profondità
che le radica in una presenza perenne
non c’è più acqua, né ponte, mio Friedrich.
Ciò che resta, ciò che muta, io, mia figlia,
quel che dura, è visibile, invisibile
un fiocco di seta pronto a sciogliersi
per caso, per gioco, per alito di vento.

Provvidamente, molte interpretazioni persino diametrali sono possibili per l’opera di D’Amaro, grazie anche a uno stile lento e avvolgente, libero e piano, placidamente infiltrante come l’acqua, foriero d’immagini non offuscate dalla sé-dazione di una sapienzialità interdisciplinare. Un pugno di soluzioni effettistiche (non amo molto il multi-language di p. 6) o necessitanti levigatura (sempre a p. 6: “rivedo la stazione di Banhof” non è una tautologia?) non sminuisce la notevole portata dell’opera, che consiglio senz’altro.

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Written by Roberto R. Corsi

10 maggio, 2011 a 15:23

Una Risposta

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  1. Ciao Roberto, grazie per la tua attenzione verso le nostre proposte o riproposte. Mi piace sempre molto leggere il tuo pensiero, sottolineo in particolare questo tuo dire: “Provvidamente, molte interpretazioni persino diametrali sono possibili per l’opera di D’Amaro, grazie anche a uno stile lento e avvolgente, libero e piano, placidamente infiltrante come l’acqua, foriero d’immagini non offuscate dalla sé-dazione di una sapienzialità interdisciplinare.” Un caro saluto.

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    Roberto Maggiani

    10 maggio, 2011 at 20:05


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