Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

la “singolarità” dell’io e le Compassioni della mente di Gianfranco Palmery

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Cansa ser, sentir dói, pensar destroi./ Alheia a nós, em nós e fora,/ Rui a hora, e tudo nela roi./ Inutilmente a alma o chora.

In una quartina di Fernando Pessoa mi sembra di poter ravvisare l’innervatura tematica che distingue l’ultimo libro di Gianfranco Palmery, Compassioni della mente, in uscita giovedì prossimo per Passigli Editori (lo stesso editore a cui si deve larga parte dell’edizione italiana del grande portoghese). A questo incipit pessoiano forse si può avvicinare una quartina endecasillabica presente a p. 59 del libro:

Eccomi in questa Weimar che mi strema/ dove non c’è che il presente e il presente/ è abolito dal sempre nel patema/ del mai che sforna un quotidiano niente.

palmery

Gianfranco Palmery, Compassioni della mente, 2011, Passigli

Ma andiamo con ordine. Essere stanca, sentire duole, pensare distrugge. E con dolore Palmery getta in questi versi, risalenti al quinquennio 1997-2002, tutto se stesso (manca qui uno solo degli angoli del suo universo: i gatti). Il risultato è uno stallo di forze – il corpo e la mente, il sentimento del tempo e la sorte – talvolta alleate talaltra in conflitto. Soprattutto, siamo di fronte a un magniloquente epos del pensiero, della mente, protagonista della raccolta sin dal titolo. Mente egemone in uno scorrere delle pagine che la vedono come Erinni (Vulnerario, pp. 18-20) e come Eumenide (le Compassioni di p. 37 appunto, intese etimologicamente come sofferenze mentali sincrone con la sofferenza corporea). Bestia wittengsteiniana o pungiglione dello scorpione suicida (due eserghi rivelatori), la mente bracca, strazia al punto da invocarne lo spegnimento, si distorce e contorce, infuria… e poi lascia il campo al silenzio che – nella prospettiva del declino – è fracasso, condizione poco desiderabile di vigilia, spavento e ricordo degli anni serpenti popolati di speranze selvatiche (le camballe di CristoforoColombiana memoria)… dunque la mente, se mai se n’era andata, ritorna e il giro riprende. Partendo dalla coscienza che aliena, in noi e fuori, precipita l’ora, e tutto nell’ora precipita (ecco anche la quartina Weimariana) la sensazione è proprio quella di un colossale avvitamento, una spirale volontaria (braccato “dalla mia mente – dal vuoto, dal niente/ con cui mi tengo agguati” – p. 18) che in fondo nasce dalla cartesiana insopprimibilità del pensiero; dato ben noto al poeta che – forse da fingitore pessoiano, forse da eautontimoroumenos, forse da baccante dell’impossibile – compie tutto il viaggio, percorre l’infinito-doppiozero-nastro di Möbius che procede e retrocede (mi perdoni Alexander Pope) dall’eternal storm of the spotless mind verso la (vana) ricerca di un eternal sunshine of the mindless spot. Splendide e simmetriche in questo senso sono le tre scene in esterno, che irrompono come tre tagli di Fontana all’inizio all’interno e alla fine del libro, lacerando la tela di “poesia da camera” antonomastica in Palmery e fecondando lo strappo con ariose nerazzurrità (!!!) di rondini, nuvole, ornitologie, tepori (Meridiana p. 27):

Buona, mia belva, ritira gli artigli: lasciami/ quieto e illeso al sole – allontanàti/ tutti i pensieri, via nell’azzurro fluttuanti con/ le nivee lane dei tigli che l’attraversano/ e trascorrono per l’aria come una bufera/ d’anime: animale celeste/ e terrestre che una certezza riempie/ d’immortalità e restituisce a cielo/ e terra: un corpo che riposa e il sole/ scalda, mentre i merli tra i rami, i passeri/ a volo e i colombi assidui sui cornicioni/ fanno il loro meridiano dolce strepito.

Cromatismi inusuali per Palmery, che infatti rimangono, mi sembra, poco più che sequenze oniriche nella lacerante dialettica tra graffi della mente e silenzio. Inutilmente l’anima piange per essere coscientemente al centro del gorgo, dell’antagonia positiva per cui all’opposto della nota teologia negativa Zen (nell’istante in cui parli di una cosa, essa ti sfugge), qui nel momento in cui disconosci una realtà essa campeggia, esercita la sua attrazione gravitazionale tendente a infinito. Quest’ultima è la prerogativa della “singolarità” in fisica e getta una luce teoretica nuova su raccolte importanti come L’io non esiste (2003), nel senso che porta a considerare come l’affermazione dell’inesistenza sia già un atto fondante (del resto la citata raccolta passa al suo interno da “io non esiste” a “un altro è io”). Così si invoca o si constata la cessazione di un io all’opposto quantomai fervido, sempre sulla scena come nella lirica Lo spettro di p. 78 in cui la dialettica circolare è evidente:

«se vuoi dimenticarmi non pensare/ che cosa fare per dimenticare/ se no ricordi – e lo spettro riappare!»// sono io il mio rimorso, il morto/ che non so dimenticare, il fantasma/ senza pace che riappare – così di colpo/ sbucando da me stesso non essendo/ uno in un’anima e una salma// e niente, niente di peggio dell’assillo/ di come scancellarmi per tornare/ a imperversare spettro odioso ossesso/ assalitore di me stesso// Come farmi sparire? Ecco il pensiero/ con cui mi chiamo dal mio cimitero.

o si arriva persino (p.65) a proclamare che “la poesia è andata”, cosa che noi lettori possiamo con sollievo confutare, e non solo mediante la fisicità del libro che abbiamo in mano.

palmery-portrait

Gianfranco Palmery - immagine http://www.labirintolibri.com

Infatti, scostandomi da questa complessa e straniante estetica, devo rimarcare ancora una volta la felicità stilistica di un poeta che sa essere ridondante, ritmicamente ostinato, senza saturare; in queste Compassioni oltretutto il discorso abbandona per gran parte la manieristica “sicurezza degli oggetti”, per farsi più generale ma conservando le finezze legate a musicalità, equilibrio, scelta figurale e lessicale. Probatio diabolica quella di saper irrorare robusti veleni senza fermare il cuore (e l’interesse) del lettore sino all’ultima pagina; cimento dal mio punto di vista abbondantemente superato.
Il giudizio complessivo dello scrivente è dunque poco meno che entusiastico, al punto dal porsi il dubbio che abbia fatto irruzione un “narcisismo di lettura” (Beverini Del Santo), ossia una com-passione di matrice esistenziale, in sé nemica del distacco critico. Ma sento di poter dire che, qualunque sia l’atteggiamento del lettore, ci troviamo di fronte a un libro di squisita fattura, per di più ben confezionato e completato da una profonda prefazione (che come tutte le prefazioni profonde suggerirei di leggere dopo i versi) di Sauro Albisani.
Consigliatissimo.

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