Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Il signore degli anellidi

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(pubblico un inedito dello scorso anno, pensato come esercizio di stile e come omaggio a José Saramago e ai suoi, più o meno confessi, emuli…)

IL LOMBRICO CHE, strappato alla sua quotidianità sinuosa e orizzontale, fatta di terriccio molle ordinario quale si può ritrovare in molti luoghi, non solo in quella Versilia insolitamente arida, a detta dei meteorologi per un singolare ritardo nella rottura dell’anticiclone delle Azzorre, per il riscaldamento globale a detta di pochi altri, sbeffeggiati o addirittura infamati da bagnini e proprietari d’esercizi sulla costa che per interesse miravano a minimizzare l’erosione, fu collocato nella vaschetta e poi sull’amo, e stancamente lanciato nell’acqua agitata dal pescatore, trapassando pressoché immediatamente per affogamento e si direbbe senza soffrire, se solo la scienza ci confortasse già con studi precisi sull’argomento, tentati peraltro in favore di molluschi e crostacei da alcuni biologi danesi mossi dalla crudezza delle pratiche culinarie, dovette attendere per poco il suo contributo alla catena alimentare, allorché uno sgombro spintosi troppo a riva, forse per una poco ittica ma molto umana ricerca di solitudine dal branco che pinneggiava un centinaio di metri più al largo, lo ghermì e inghiottì, repentinamente abboccando e provocando uno strattone alla lenza del pescatore il quale, pur intento a fondo nella lettura del quotidiano sportivo che incensava la vittoria della sua squadra del cuore, vittoria risicata in verità e non immune dall’ombra di decisioni arbitrali non corrette, ma che cominciava a produrre effetti incoraggianti in classifica e nello spogliatoio, fu accorto nel condurre il pesce a riva, talora assecondandolo nei suoi sforzi per evitare che slamasse, ossia in gergo si strappasse atrocemente ma salvificamente via l’amo dalle fauci a causa della lenza troppo tesa, inconveniente non infrequente nell’ipotesi di prede di calibro e predatori inesperti, ma non era questo il caso del nostro, infatti dopo pochi minuti gli fu facile raccoglierlo ed adagiarlo nella rete, soppesandolo con occhi felici e già pregustando la cena, l’evisceramento e condimento con rosmarino e spezie, secondo i dettami del Talismano della Felicità, acquistato d’occasione a un mercatino delle pulci per un prezzo più che soddisfacente che gli comportò anche le contumelie del venditore, già nervoso di suo per faccende di debiti inevasi, poi il lento e profumato crogiolarsi della carne sulla griglia, una rapida ed esperta sfilettata e via in tavola, questa sera l’ambiente familiare sarebbe stato più sereno, se di ambiente familiare poteva parlarsi, solo lui e Misha, il suo gatto bianco che aveva raccolto da sotto una siepe di pitosfori fortunatamente diradatasi grazie all’incuria del giardiniere condominiale, permettendo così di localizzare una massa bianca nella notte piovosa, un batuffolo che quella sera avrebbe atteso con bramosia e disciplina gli scarti del pesce, per poi accovacciarsi sulle ginocchia e prender beatamente sonno, sullo schermo l’ennesimo reality, quei calmi pensieri gli attraversavano la mente anche alla guida, lungo il percorso dal mare verso casa, tracciato piano e apparentemente privo di pericoli, se non fosse per quella rotonda che, nonostante l’allora assessore comunale fosse originario di una famosa metropoli, non rifletteva l’elementare e consolidata regola per cui l’auto già immessa in rotatoria godeva di diritto di precedenza su tutte le altre, bensì si preferì deliberare, tra le non poche ma ininfluenti proteste dei comitati cittadini, di cedere la precedenza in ogni caso al Viale della stazione, normalmente assai trafficato ma non quel lunedì pseudofestivo di ponte, in cui tutti i cittadini erano confluiti nel borgo limitrofo per l’annuale Sagra del moscardino, importante appuntamento che consentiva di abbuffarsi a sbafo di pregiati calamari, cucinati soprattutto in umido e versati ancora fumanti sul pane arrostito, rimpinguando così pance ormai quasi ignare del sapore del pesce a motivo dell’inflazione galoppante, che obbligava al ripiego su generi più economici ma dal palese scarto qualitativo avvertibile già nel palato, sagra che comunque a sua detta non valeva la fatica di mettersi in coda e trovar parcheggio fuori le mura, nei due soli spazi adibiti per ordinanza, sgomitando per accaparrarsi una vaschetta rovente di zuppa, oggi è andata molto meglio con questo bello sgombro che attende di essere sbafato, così appunto pensava il pescatore, tanto che all’inserzione col viale, spinto da fantasie gastronomiche mutate in acquolina, commise l’imprudenza di girarsi a guardare il sacchetto bianco sul sedile posteriore proprio mentre sopraggiungeva a gran velocità l’auto di D.M. jr., rampollo di una famiglia bene che in estate non aveva temporeggiato più di una settimana per donare all’insistente figlioletto neomaturo, mercé quel voto di sessantadue centesimi, certo striminzito ma sufficiente per il già deciso incardinamento del ragazzo nell’azienda ben salda nonostante la crisi, e frutto di un certo buonismo della commissione esaminatrice che aveva l’occhio sull’orologio da polso per far presto ritorno a casa e rinunciò a sindacarne più di tanto la sciatta prova orale, la sospirata dodici cilindri metallizzata che in pochi giorni adempì egregiamente al suo ruolo primario di collettore di avvenenti fanciulle in minigonna desiderose di bella vita e disposte alle carinerie ormai pienamente sdoganate dagli imperversanti intrecci tra politica e spettacolo, mentre oggi, rodata insieme al conduttore da qualche mese di guida ovviamente spericolata quale s’addice a un pur giovane tombeur, rombava in direzione del mare senza altri passeggeri o passeggere e il teutonico sistema frenante, che peraltro si sarebbe rilevato perfettamente funzionale alle misurazioni telemetriche del giorno dopo, effettuate con uno zelo dovuto forse alle molte emittenti che con le loro telecamere e le languide intervistatrici erano accorse sul luogo, non ebbe lo spazio materiale, mercé il piede convinto sul gas e la rilassatezza data dal contestato diritto di precedenza, per potere evitare la collisione col catorcio del pescatore il quale a propria volta non ebbe modo di fare altro che riportare il campo visivo, con una mera anche se adrenalinica torsione del collo, dal sedile posteriore alla strada, dandosi così una ragione dello schianto a carambola che, per l’urto di tre quarti del muso dell’auto del M. contro il fianco destro, unitamente alla minore altezza del veicolo impattante, lanciato ben oltre il limite, lo fece girare prima come una trottola e poi in avvitamento longitudinale sull’asse, cosa che il nostro fece appena in tempo a recepire prima che i dolori nuovi e subito lancinanti si ovattassero e il mondo sfumasse in dissolvenza come negli ultimi secondi di quel film di Antonioni che la nipote orgogliosamente e ormai solitariamente diessina, quando tutti ormai in paese anche nelle classi più disagiate votavano lega, aveva inflitto alla famiglia allargata durante le ormai lontane feste, contrassegnate da una pioggia battente che impediva di uscire in piazza, andarsene a bere e farsi una briscola al bar, insomma evadere da quelle robe da comunisti, a differenza del sacchetto col pesce che invece, grazie al finestrino semiaperto, e dunque grazie anche alla mancanza di climatizzatore la cui installazione su un veicolo così obsoleto era palesemente sconveniente, effettivamente evase dall’auto ormai informe e in procinto d’incendiarsi e fu scaraventato nella strada, denudando della plastica bianca lo sgombro che, dotato di una significativa, sebbene non infrequente negli esemplari della sua specie, vitalità e resistenza al soffocamento, atterrò di pancia sull’asfalto della rotatoria per poi posarsi sul fianco indisturbato, in un irreale transitorio silenzio, il contrarsi delle branchie un po’ meno affannoso, come pure il guizzare, quasi comprendendo che sarebbe morto lì, con una certa comodità assurda mentre tutto intorno adesso deflagrava e si annunciavano le sirene dei primi mezzi di soccorso, avvertiti con tempestività da qualche spettatore nonostante la conclamata assenza di rete cellulare nella zona, più volte segnalata da comitati civici che puntualmente si scontravano a voce e talora con le mani coi comitati civici contro l’inquinamento magnetico che invece i ripetitori non li volevano, e senza che noi ora si possa tirare in ballo i biologi danesi, particolarmente scontrosi quando si chiede loro conto del perché accanirsi sulla neurologia dei crostacei e tralasciare il pesce azzurro, che ci dicessero infine se in qualche maniera l’occhio vitreo, puntato verso il cielo quasi a specchiare il rapido transitare di multiformi nuvole, previste dai bollettini in tutta la loro trascurabile entità, decodificasse la scena privilegiando istintivamente la fascinazione del nuovo, la rabbia per l’inutilità del sacrificio per una sorta di senso eucaristico delle vittime designate dell’uomo, o una qualche ittica ironia secondo un mal comune mezzo gaudio che forse perfino i fondali si tramandano, cosa che comunque non poteva più interessare il suo umano carnefice, di cui a lungo sono state incerte le sorti con grande apprensione ma anche cinico beneficio per la tiratura delle cronache locali, ma nemmeno, svanito ormai anche nel corpo dilaniato dai succhi gastrici dello sgombro e ridotto a una poltiglia rosa entro un sarcofago a scaglie, il nostro lombrico. [Quale lombrico?]

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Written by Roberto R. Corsi

19 aprile, 2011 a 10:04

Pubblicato su inediti, materiale, prosa breve

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3 Risposte

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  1. Ciao caro funambolo delle parole incrociate per non far tirare il fiato. Se ti dico che mi è piaciuto “il Lombrico” e mi ha anche convinto che è meglio lasciare gli sgombri dove stanno…? Al prossimo esercizio, dunque e ad maiora!!! Franco

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    Franco

    19 aprile, 2011 at 19:18

  2. Ossignore, questa me l’ero proprio persa! Naturalmente, ora come allora, non l’ho letto tutto (anzi, me ne sono guardata bene!) ma sei fenomenale, te lo dico. Tra l’altro oggi ho proprio cominciato a leggere “Le intermittenze della morte”, dopo un secolo che non leggevo nulla di Saramago e, nonostante io lo adori, la prima cosa che mi è venuta in mente è stato proprio questo tuo racconto 😉

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    Marina

    25 aprile, 2011 at 18:48

    • sai bene quanto io adori il Maestro, e sai bene che il mio esercizio era rivolto, oltre che a far ginnastica, in massima parte verso certi discepoli non confessi che ben conosciamo 😉

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      Roberto R. Corsi

      25 aprile, 2011 at 19:03


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