Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

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Amici miei

Cos’è il genio?, ci si chiede in Amici miei durante la celebre scena del Necchi e del vasino da notte. Fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione. Ecco, riguardo all’ultimo punto, il genio poetico (o presunto tale) ha un bel problema: la sua rapidità esecutiva non dipende esclusivamente da lui bensì dai tempi di risposta degli editori.
Tanto per fare un esempio di “presunto tale”, da nove mesi attendo un parere editoriale per una raccolta di 26 poesie brevi, scritta con un collega (lui sì effettivamente geniale).

È andata così: la silloge fu completata nel 2009, dopodiché ha attraversato un anno fantozziano, iniziato con un concorso “nomen omen” (cioè spentosi anch’esso, senza lasciare traccia) e terminato con una proposta editoriale cui mancava solo che le pagine fossero impregnate di tòsco in stile Il nome della rosa (nonostante ciò, complice l’impazienza, stavo per abboccare – devo ringraziare il collega inalberatosi).
Ingoiato il doppio batrace siam ripartiti inviando, in alcuni casi per email e negli altri per posta, ad alcune realtà (figurarsi se uno inviasse a una casa editrice per volta…) che spiccano per correttezza nel non agevole panorama attuale. Leggi: pubblicazione gratuita e risposta in ogni caso. Ragionevole esaltazione del sottoscritto e data dell’invio: 30 giugno 2010.
Tic-toc-tic-toc, e a questo punto ci troviamo tuttora.
L’altro giorno un editore ha risposto a una mia richiesta, con laconicità cui spero non fosse sottesa irritazione, che il manoscritto era arrivato ma che non era ancora stato letto. 26 poesie di mezza pagina l’una: hai detto Guerra e pace!
Nel frattempo abbiam deciso di partecipare anche a un concorso il cui mood ci sembra affine a quello del nostro lavoro, ma fino a estate inoltrata non si saprà nulla.

Credetemi però: compito di questa nota non è quello di lamentarmi delle ferite di guerra.
Capisco infatti che, in un mondo con pochi fari, le piccole realtà serie abbiano un carico pesante e sempre crescente di richieste di lettura cui far fronte. Risponderanno, prima o poi, e io sono preso da altri progetti per cui, nonostante l’inconveniente di non essere immortale, non ho fretta.

waiting

un poeta in attesa della valutazione del suo manoscritto (img photobucket.com/mywildcrazyspace)

Denuncio solo, e sicuramente non sono il primo, un problema: l’insostenibile scarto temporale tra ideazione di una poesia e sua eventuale pubblicazione.
Questo scarto, oltre a essere comunque odioso proponendo all’attenzione del lettore una poesia-cougar (tardona) che all’inizio del viaggio però era una splendida poesia-coed (universitaria dalle fresche carni) o al massimo una poesia-milf (omissis), diventa un vero naufragio nel caso in cui si volesse tentare di fare una poesia che parlasse del proprio tempo, degli eventi contestuali alla scrittura.  Sottoposta ad attese di mesi o anni questa poesia, a dispetto della sua carica virulenta, nasce già vecchia: andava combattendo ed era morto, si legge nell’Orlando innamorato, e non c’è niente da fare, non tira più.
Per tacere che in più di un caso una buona idea è andata perduta perché, nelle more dei responsi oracolari, ce l’ha avuta qualcun altro ed è stato più veloce o fortunato.

Come ovviare a questo problema (se si ha voglia, naturalmente)?

La cosa più semplice, chettelodicoaffàre, sarebbe ridurre i tempi: faccio presente che, giuste o sbagliate, le mie critiche condotte su raccolte di poesia sotto le cento pagine s’innestano su tempi di lettura generalmente di due giorni al massimo. Dunque una risposta editoriale, che non è una critica ma un’intuizione critica, richiede quel tempo. Sono un fenomeno? Au contraire. Quindi una figura di redattore/scrematore dedicato alla poesia dovrebbe essere in grado di gestire almeno tre invii poetici a settimana e separare il grano dal loglio, rispondendo picche (magari con lettera standard) al loglio e passando in seconda lettura il grano (non ci credete, editori? fatemi una proposta seria di lavoro, per Giove!).

Ma nel plausibile caso in cui mi rispondeste che le dimensioni aziendali la crisi le finanze eccetera, si può battere un’altra strada che comporta solo un cambiamento di mentalità e di ruoli. Come? Sopprimendo il feticcio del lavorare sulla poesia inedita, che mi pare abbia fatto il suo tempo.
Considerazioni sparse:

  • la poesia non vende e quindi considerare l’inedito a salvaguardia del profitto non regge;
  • quasi sempre le case editrici di spessore prediligono la pubblicazione di una parabola creativa, cioè di una serie di poesie lungo un arco temporale, rispetto a una singola opera che gli arriva tra capo e collo, magari da parte di un esordiente; anche per salvaguardare l’investimento, interessa più il lungo che il breve corso;
  • internet rappresenta un mezzo potente di diffusione nonché un ottimo strumento per dare (in vari modi) data certa alle proprie creazioni.

Tutto questo, e altro, mi fa auspicare un futuro in cui il poeta sia in prima battuta un e-publisher di se stesso: sbarazzatosi del concetto mitico dell’inedito da chiudere in un cassetto e da inviare a un editore per volta con plico raccomandato, padroneggi i formati elettronici,  pubblichi subito ciò che scrive, ne discuta, si crei una vetrina e una tribuna (se ci riesce).
Un futuro in cui, a sua volta (avendo la possibilità di valutare – grazie all’avvento del poeta e-publisher – immediatamente il materiale poetico), l’editore sia soprattutto un head-hunter: sbarazzatosi del meccanismo ordinario di valutazione manoscritti, giri la rete in cerca di personalità più o meno emergenti o consolidate, le segua, le soppesi qualitativamente e – perché no? – anche nel seguito di followers che riescono a mettere insieme sul loro spazio, sollevi le terga dalla cattedra e le contatti lui, proponendo loro un’edizione magari contenente qualche inedito per giovarsi delle possibilità di acquisto da parte della massa critica del popolo di lettori web, etc.

Per conto mio questa è la strada da battere, quella a cui spero si arriverà, quella che se vinco al lotto la mia personale casa editrice intraprenderà. Anche perché sono stufo di passare la vita ad aspettare il parere editoriale (sicuramente competente) delle torme di  preclari Prof. Godot. I cui indugi a mio avviso sono una delle concause per cui ai denti aguzzi dell’editoria a pagamento (lei sì pronta nelle risposte: anzi fulminea!) non manca mai cacciagione da masticar.

Porgo queste considerazioni alla vostra attenzione e… vado a controllare la mail (sigh).

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Written by Roberto R. Corsi

26 marzo, 2011 a 16:03

2 Risposte

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  1. Caro Roberto, come al solito ti trovo divertente e, anche per questo, profondo. Quando Annalisa Macchia mi ha chiamato per il dodici aprile, le ho subito detto: “Invita anche Roberto Corsi!”. Lei mi ha risposto che lo aveva già fatto. Ridendo. edi che ci metti tutti di buonumore? Stai bene, e buon lavoro. Massimo

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    Massimo Seriacopi

    27 marzo, 2011 at 12:57

  2. Caro Roberto, senza i famosi peli sulla lingua, dici il tuo pensiero. Molte verità passano e molte altre si soffermano dubbiose. Il mio augurio è la vincita affinché tu possa sperimentare sul campo le tue capacità ( che sento ottime) nel campo dell’ editoria sia come critico-talent scout che come velocizzatore di letture. In tale attesa incrociamo le dita,come autori, sperando. Un caro abbraccio. Liliana

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    Liliana Ugolini

    30 marzo, 2011 at 04:28


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