Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Maniera e manieri: Gianfranco Palmery

leave a comment »

palmeryI potenti versi di Gianfranco Palmery mi sono venuti incontro grazie a Luigi Fontanella e alla collana di poesia da lui diretta, che annovera come ultima uscita un cólto Giardino di delizie còlto attraverso sette sillogi (1996-2008) e presentato, non senza l’innesto di due inediti, con la traduzione a fronte e la cura di Barbara Carle.
Curioso accordo di personalità diametrali che il poeta romano giunga alla mia conoscenza tramite Fontanella, scrittore estroverso, imbevuto del mondo, in perfetta simbiosi con esso, flâneur per vocazione; all’opposto Palmery appare subito come un virtuoso del distacco, porgendo al mondo (specie felina esclusa!) un Abschied mahleriano… come una città che, riottosa o impossibilitata a espandersi in orizzontale, si cingesse di alte e spesse mura; un maniero che declinasse spanna per spanna i propri cantoni e scorci, senza alcuna malinconia più lunga di quella manciata di secondi che preludono a una “strategia operativa del ritiro”.
Molti sono gli influssi e i paragoni possibili: la curatrice insiste nella prefazione sull’influenza di certa pittura seicentesca (evidenziando implicitamente l’avvicinamento del Nostro col genere e il procedimento della ekphràsis), influenza del resto avvalorata dalla poesia e raccolta che danno il titolo a questo volumetto. Come pure viva è la consonanza col genere barocco della vanitas, e certamente “l’infinità vanità del tutto” si respira ovunque, non solo nelle raffigurazioni iconografiche ma anche e soprattutto in “unghie secreti pelli peli capelli” (i “Pegni” di p.36) o in polveri – microcosmi non già raffigurati staticamente nella biblica escatologica condanna del corpo ma aleggianti a unica testimonianza possibile: “Pulvis per dire «niente», ma la polvere/ è tutto, da per tutto: è l’eterno/ in terra, il sussistente…” (p.120).
Qua e là, complice l’estrema erudizione dell’Autore, ci si può divertire a cogliere o azzardare i richiami più eterogenei: dalle “solitudini alimentari” di Góngora (nella lirica a p.88) a, negli estratti da L’io non esiste una metodica e pertinace dissoluzione che non può non rimandare a Pessoa.
Dal mio punto di vista il prisma della poesia di Palmery si può ricondurre a due grandi insiemi: la teoria del vano e la declinazione del particolare. Per tornare alla nostra similitudine, nel primo gruppo vanno quelle poesie (che fanno capo principalmente alle due raccolte Il versipelle e L’io non esiste – stando a quanto posso leggere qui la più convincente) che, con una perentorietà mista a leggerezza, chiudono il borgo al mondo, ne costruiscono (o meglio riconoscono) la cinta muraria; nel secondo gruppo sta invece tutta l’osservazione artistica naturale o affettiva (da Medusa alle nuvole, ai gatti) che costituisce litania, minuzia ossessiva per il bene-rifugio; in questa parte (quantitativamente prevalente) si ravvisa più direttamente l’influsso della maniera, che del resto echeggia nel titolo di una lirica dall’emblematico inizio: “Se nomino i tuoi occhi, questi/ perdutamente scaduti oggetti/ di poesia, gemine gemme che gli austeri/ poeti antichi incastonavano nei loro versi…”. (p. 20) Peraltro occorre dire che stilisticamente i due insiemi sono comunicanti, con un andamento cocleare e delicatamente ostinato, per ripetizioni allitterazioni assonanze e sinonimi; modalità che marchia tutto l’opus Palmerianum.
È comunque il primo gruppo di poesie, prese dalle sopracitate raccolte, a suscitare in me un senso di maggiore compiutezza, proprio per quella contemplazione dell'”inconveniente di essere nati” che pure è lungi da accompagnarsi a disperati inni ad Arimane: la versificazione sempre consapevole e sicura di Palmery conosce qui una rarefazione emotiva, una sempre “calma fronte” proprio nel momento della teorizzazione più ineluttabile, prodromica all’isolamento. I risultati, di conseguenza, rifulgono: spicca “Dopo la tempesta”, poesia di rara intensità e misura, di sempre placida disperazione, in cui il grigio verdetto non è mai grido ma pioggia tiepida di un perdono da comporre in seguito alla perdita (p.28, leggila anche qui).
Certamente un poeta di levatura non comune, forse poco trendy ma assolutamente sprezzante del pericolo che tale inattualità (del resto necessaria, perché legata all’intimo raccontarsi di un soggetto scevro da quel “fare sistema” così orridamente en vogue per lessico e sostanza) comporta: lo provano anche le note del suo blog Diario postumo, nel quale Palmery svolge il munus di “defunto curatore dei propri pensieri”.

[Gianfranco PALMERY, Garden of delights. Selected poems, a cura di Barbara Carle, New York: Gradiva Publications, pp.125]

una selezione di poesie sul mio taccuino

Annunci

Written by Roberto R. Corsi

24 gennaio, 2011 a 18:55

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: