Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Apparizioni (talora appropriazioni) del Mito: Roberto Mosi.

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Mosi - Luoghi del MitoHo letto la nuovissima raccolta del fiorentino Roberto Mosi, Luoghi del Mito (LietoColle), con l’interesse che sempre in me scaturisce non appena fiuto un incrocio “pericoloso” tra poesia e “cultura”. Di pericolo in effetti si tratta, quantomeno per le fortune del poeta che dev’essere disposto ad affrontare una schiera di lettori e critici fortemente avversi a questa commistione. «È strano che si voglia fare lirica dotta», mi fu un giorno obiettato per lettera; qui invece leggiamo, nella chiusa della poesia a pag. 32, un eloquente “Si tratta di vera poesia?”, dove il virgolettato dà conto di un qualche effettivo incontro-scontro nei lidi informatici.

A nulla vale eccepire l’indeterminatezza degli aggettivi che ho evidenziato in corsivo, essendo oggi la poesia non definibile se non secondo canoni personali. A poco vale perfino citare voci altissime quali (tra le altre) Kavafis, Caproni o, per restare in riva d’Arno, il possente lavoro mitologico-poetico-teatrale di Liliana Ugolini: sembra quasi che l’iniezione del Mito (che a questo riguardo è una species del genus cultura) nell’ovocita poetico realizzi una dissonanza o addirittura un’atonalità che come brezza di terra spinge sùbito lontano il lettore, il quale forse mai come in questo periodo ha avuto poca o punta voglia di mettersi alla prova con strutture ultronee rispetto al suo bagaglio.
Mosi non rinuncia alla sfida, evidenziando in premessa le sue ragioni profonde: tracciare un altro lato del suo poligono in fieri (parte del quale si può leggere in forma elettronica sul sito larecherche.it) tra luoghi e nonluoghi (secondo la nota definizione di Marc Augé).

La lettura di queste poesie, comparata con le precedenti raccolte, ci testimonia anzitutto una continuità di stile: un verso volutamente spoglio e descrittivo, “di veduta” (non a caso Mosi è anche apprezzato fotografo), nel quale l’io del poeta emerge il meno possibile lasciando campo libero al circostante.
Ben definita è anche la fenomenologia: i “luoghi” trasmutano spesso in “luoghi del Mito” attraverso apparizioni sovente in cauda, osservazioni in lontananza circondate da un’aura dorata di mistero. Faraway, so close: nasce così un catalogo che annovera eroi omerici e vichinghi, aruspici e figlie del fiume, queste ultime in una bella contaminazione fiorentino-wagneriana (pag. 39) verosimile frutto (o flutto!) dell’onda emozionale della Tetralogia andata in scena poco tempo fa al Maggio Musicale.

Proprio l’aspetto della contaminazione m’interessa nella misura in cui diviene o non diviene appropriazione. Il magistero di Cesare Pavese, nei suoi Dialoghi con Leucò, ci insegna che il Mito non è materia fredda. La nota lettera del 1942 a Fernanda Pivano, in cui lo scrittore afferma che «…Ci vogliono miti, universali fantastici, per esprimere a fondo e indimenticabilmente quest’esperienza che è il mio posto nel mondo», si ripercuote, nel suo capolavoro, in una rivisitazione del Mito, addirittura in una sua manipolazione (si veda soprattutto la vicenda di Orfeo), comunque in un’immedesimazione funzionale alla nostra esistenza e urgenza espressiva. Per intenderci mediante una citazione di Sergio Givone (tra l’altro prefatore dei Dialoghi nella edizione più diffusa), contenute nella premessa a questo volume, il piano del Mito e quello della Storia (dunque dell’esistenza) possono forse apparire non intersecantisi, ma il primo richiede creatività di approccio (dunque considerazione di una qualche sua duttilità). Plasmare il Mito sulla propria concezione del mondo è il cimento di Pavese ma anche di Ugolini (per la quale mi permetto di rimandare al mio saggio su Tuttoteatro) e di alcuni miei esperimenti (Tiresia, quadri dall’Odissea) contenuti ne L’indegnità a succedere e in misura minore altrove.

È questa la dimensione anche di Mosi? Non in prevalenza: come abbiamo detto il Mito emerge in lontananza, narrato, abito su misura, apparentemente intoccabile. C’è però uno sforzo, in un nucleo di liriche, di adattarlo al quotidiano, alla ricerca di un significato archetipico (Saffo-teenager inglobata nei propri batticuori a pag. 33) o ancor meglio lasciando sul terreno elementi di critica sociale o politica.
Chi è Fatima, quali origini e implicazioni nasconde il nome della madre velata del Siddharta-Tagete (pag. 23)? Attraversiamo inoltre spazi “codificati” del nostro tempo: i campi ove lavorano braccianti stranieri, ma anche i ghetti di Castel Volturno a dimostrazione che “Mito” non è solo ciò che è di stretta pertinenza letteraria ma ciò che percepiamo come consolidato e aprioristicamente imposto alla nostra esistenza. Per arrivare, al culmine della rivisitazione mitologica, a una complessa (e un po’ contorta) rivisitazione del mito di Orfeo in ambientazione d’infrastruttura urbana (pag. 27).

Almeno in un caso mi sembra che gli esiti siano considerevoli: nella poesia Diana, citata come emblematica anche da Antonio Spagnuolo, squarci schiarenti d’indeterminatezza si assommano a un’appropriazione mitologica “in soggettiva”. Chi è quel sacerdote del nostro tempo, moderno nell’oggettistica, e cosa lo muove verso la conquista violenta del santuario di Diana? la pace? la propria ambizione (pag. 20)?
Il resto del libro si tiene in equilibrio tra il suaccennato gioco a scomparire, la descrizione naturalistica dei fenomeni attraverso il mito, e slanci più marcatamente riflessivi, talora eccessivamente fauve e sconditi (un link o il titolo di una canzone, ad avviso dello scrivente, non fanno ex se un verso).
Al termine della lettura si ha comunque la sensazione di un prender la strada, di un work in progress verso connotazioni sulle quali confido l’Autore possa ancora più marcatamente e selettivamente soffermarsi in futuro.

Roberto R. Corsi (https://robertocorsi.wordpress.com)
Riproduzione consentita a patto di non alterare il contenuto, e citarne Autore e sito come fonte.

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Written by Roberto R. Corsi

9 settembre, 2010 a 09:39

Pubblicato su autori, critica, poesia

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