Roberto R. Corsi

Tempo di lettura previsto: 12 anni

Diagramma poetico

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Written by Roberto R. Corsi

16 giugno, 2009 a 16:23

Pubblicato su critica, varie

3 Risposte

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  1. “Il mondo esterno, gli accadimenti contemporanei non cessano d’influire sulla mia pittura. E’ ovvio. Il gioco delle linee e dei colori, se non pone a nudo il dramma del creatore, è soltanto un passatempo borghese.
    Le forme che l’individuo inserito nella società esprime devono svelare il moto di un’anima protesa a evadere dalla realtà presente, oggi particolarmente ignobile, poi devono approssimarsi a realtà nuove, ed infine devono offrire ad altri uomini opportunità di elevazione. Per scoprire un mondo abitabile, quale marciume occorre spazzar via!
    Se non ci impegniamo a scoprire l’essenza religiosa, il senso magico delle cose, non faremo che aggiungere nuove forme di abbrutimento a quelle, già immani, offerte oggi ai popoli.
    L’orribile tragedia che stiamo attraversando può scuotere qualche genio isolato e infondergli un accresciuto vigore. Se le potenze conosciute sotto il nome di fascismo si espanderanno ancora, se ci sospingeranno un po’ più avanti nel vicolo cieco della crudeltà e dell’incomprensione sarà la fine di ogni dignità umana.
    D’altra parte una rivoluzione che aspiri unicamente al benessere condurrebbe alla stessa sventura in cui la borghesia ci ha precipitato. Proponendo alle masse nient’altro che appagamenti materiali, verrebbero annientate le nostre ultime speranze, le nostre ultime possibilità di salvezza
    Non esistono più torri d’avorio. L’appartarsi e l’isolamento non sono più consentiti. Perciò che vale in un’opera, non è quello che vogliono scoprirvi troppo intellettuali,ma ciò che essa trascina insieme, nel suo movimento ascendente, in termini di esperienze vissute, di verità umana, poiché le scoperte plastiche non hanno in sé importanza alcuna. Non bisogna dunque confondere l’impegno proposto dall’artista dai politicanti di professione,e da altri specialisti dell’agitazione, con l’urgenza profonda che lo rende partecipe dei sussulti sociali, che lega lui e la sua opera alla carne e al cuore del prossimo e che trasforma il bisogno di trasformazione di tutti nel suo stesso bisogno.”

    Joan Mirò, Dichiarazione 1939

    Non credo che ci siano solo due tipi di lettori e due tipi di poeti. E’ un’obiezione ovvia, ma quanto mai veritiera. Non credo nemmeno nel poeta vate, o nel poeta civile che usa le parole come baionette o schede elettorali. Ma credo nel poeta parte integrante della società, che DEVE PARLARE alla società.
    Joan Mirò non è uno scrittore, ma quanto a poesia i suoi quadri ne sono maestri. Prendo in prestito le sue parole, non certo per farle mie, non oserei. Credo che siano parole, le Sue, che possano essere da monito ad un’arte che ha abdicato irresponsabilmente al ruolo di colei che più di tutti dovrebbe offrire una “opportunità di elevazione.” La mia poesia non arriva, anzi non pretende né potrebbe tanto, ma la poesia di R. R. Corsi, data l’erudizione e la perizia oltre che l’anima, potrebbe. E’ un invito.

    Martina Libertà

    (Spero di non aver sporcato il foglio più di quanto non lo abbia già imbrattato il Corsi 😉

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    Martina

    24 ottobre, 2009 at 23:00

  2. Grazie Martina,
    in realtà io non volevo tirare in ballo né l’impegno civile né qualunque altro contenuto poetico, ma anzitutto l’aspetto dell’espressione, cioè della veicolazione del contenuto attraverso una costruzione più o meno suscettibile di sfumature ed interpretazioni parallele. Per me qualunque tipo di poesia che funzioni deve comportare un certo apporto (“politico”? nel senso di scelta tra più soluzioni possibili) da parte del lettore. Questo sia che si parli all’amata, sia che si parli alla nazione. È auspicabile che ci siano più poeti e più lettori, cioè che si trovino diversi equilibri e diverse sensibilità: forse più che alla figura del lettore mi riferivo a quella del critico (mi ci metto anche io), visto come precipitato del lettore dalla sensibilità “binaria”, on/off. Ma in generale mi sembra di ravvisare una e/in-voluzione per cui si deve tendere alla massima univocità del messaggio, con due corollari: l’estrema semplificazione (depauperamento) dello stile mainstream; l’atteggiamento del “ciò che non comprendo lo rigetto” (senza più essere spronati all’ampliamento del proprio strumentario).

    Poi tra un anno ci ritroveremo a discuterne e sosterrò tutto il contrario 😉

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    Roberto R. Corsi

    24 ottobre, 2009 at 23:35

  3. Hai ragione tanto che lo stesso Mirò nel ’42 scrive:

    “(…)Tutto questo ( si riferisce alla guerra) mi è servito in seguito,quando ho scritto poemi che hanno valore solo per me, per spiccare il volo verso la pura poesia,sempre prettamente plastica”

    Però, se posso aggiungere,credo che anche amare l’amata in una certa maniera anzichè un’altra sia “politica”, come scgliere se andare a fare la spesa o mangiare gli avanzi di ierisia una scelta di poiesi, come guardare la risacca del mare anzichè la memory card della fotocamera sia politica poetica.E credo quindi che parlare alla Nazione o all’amata per un poeta sia la stessa cosa. Dunque sì, parliamo di forma, perciò è tutta una questione di stile, o di “politica” di stile.(Ma forse è anche questa una considerazioen troppo riduttiva).

    Ciò detto, concordo che il lettore/cittadino/critico debba darsi ad una novella corsa agli armamanti…per ampliare il suo strumetario di comprensione poetica.
    O forse serve che qualcuno gli presti occhi ed occhiali ed abbandoni i puntini di sospensione.

    Buona scrittura!

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    Martina

    25 ottobre, 2009 at 00:04


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