Roberto R. Corsi

La poesia non è morta però ogni tanto cambiatele i fiori

Articoli con tag ‘Wolfgang Amadeus Mozart

Giorgio Caproni: centenario e invito alla lettura

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caproniOggi scocca il centenario dalla nascita, in terra labronica, di colui che da qualche tempo porto in me come il più grande di tutti.
La mia frequentazione assidua e poi predilezione assoluta per l’opera di Caproni non è molto datata e nasce nel 2009, quando mi trovai a dover scrivere una nota (leggila da qui) su una complessa prova saggistica di Mauro Canova che prendeva in esame, da una prospettiva interdisciplinare e assieme ad altre sillogi di Sereni e Zanzotto, l’ultima raccolta licenziata in vita da GC, cioè Il Conte di Kevenhüller.
Ho compiuto dunque un percorso di approccio e approfondimento inverso rispetto alla lettura cronologicamente lineare dei testi, lettura che poi ho operato integralmente più e più volte (l’ultima questa notte), e forse per questa particolare modalità (ma forse no!) penso che il proprium e la grandezza del poeta stiano soprattutto nel dittico formato da Il franco cacciatore e dal Conte suddetto. Senza nulla togliere alle altre fasi della parabola creativa, contraddistinte agli inizi da una potenza lirica enorme, dalla declinazione dei luoghi (primo tra tutti Genova, la città che più di tutte innerva il poeta: “Ogni pietra di Genova è legata alla mia storia di uomo”) e dal consolidarsi dei temi della solitudine, dell’effimero, del congedo – un tema blanchotiano che emerge in un’altra importante raccolta, il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1960-1964), in cui risuona in fortissimo una stanchezza precoce, certo fomentata dalle tragiche esperienze personali e storiche attraversate, che sarà sottofondo, dolceamaro brahmsiano, al restante corpus poetico. Leggi il seguito di questo post »

Scritto da Roberto R. Corsi

7 gennaio, 2012 alle 16:37

Dichterliebe, con l’accento su Liebe

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brightstar

Il manoscritto autografo del sonetto

L’ultimo film di Jane Campion, Bright Star, girato nel 2009 dopo sei anni sabbatici e presentato a Cannes, racconta l’amore tra John Keats e la studentessa di moda Fanny Brawne, a cui il poeta dedicò il sonetto il cui incipit dà il titolo al film.
Non ci si aspetti un’opera biografica: la pellicola è una ben levigata storia d’amore, rappresentata (come sempre nei film di Campion) dal punto di vista della donna.
Fanny Brawne è una ragazza ben piantata con un volto gentilissimo (l’australianona Abbie Cornish), dal carattere fiero e dalla lingua affilata. Keats invece è affidato a Ben Wishaw, protagonista de Il profumo e già entrato nei panni di un poeta, Rimbaud, in Io non sono qui: un Keats dismesso e fragile con un look da terzo fratello Gallagher.
Entrambi sono fuori del mondo, lui per indigenza e testa poetica, lei per “insufficienza artistica” della sua professione nel giudizio sociale.
Le poesie di Keats – tre soprattutto: l’attacco di Endimione, Bright Star appunto, e la bellissima Ode a un usignolo che echeggia lungo i titoli di coda – aleggiano lungo tutto il film; ma come viene rappresentata l’ars poetica? Leggi il seguito di questo post »

Scritto da Roberto R. Corsi

23 giugno, 2011 alle 08:56

…di tre colori e d’una contenenza

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© hollywoodnews.com

In The tree of life di Terrence Malick il principio da cui tutto si sviluppa e in cui tutto ha termine mi ha fatto pensare, circolarità a parte, alla visione dantesca di Dio: emerge come uno squarcio gassoso in cui sono rappresentati l’azzurro-cyan e un rimbalzare tra rosso e giallo (dunque attraverso l’arancio)
Non sono però troppo d’accordo con la maggioranza dei critici nel vederlo come un atto di fede o addirittura come una preghiera: mi sembra un film che può essere letto sia in chiave religiosa che in chiave naturale – non a caso la voce fuori campo della protagonista sentenzia che ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura e quella della grazia. Proprio la dualità sembra un leitmotiv del film: si parla spesso anche di uomo e donna (diresti di yin e yang) come di mondi in conflitto – e il piccolo Jack recepisce in pieno su di sé queste tensioni.
Quello che è certo è il profondo umanesimo di Malick: ogni singola morte umana, prima nel dolore-interrogazione poi nell’accettazione, chiama necessariamente in causa l’intera cosmogonia. Alla coscienza, violenta od ovattata, della perdita definitiva corrispondono le due parti “spaziali” del film (forse un po’ documentaristica la prima, con recupero di materiali girati anche per altri scopi), cioè la creazione dell’universo e il compimento del ciclo solare, con risvolti simili al finale del leopardiano Cantico del gallo silvestre.
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