Roberto R. Corsi

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la “singolarità” dell’io e le Compassioni della mente di Gianfranco Palmery

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Cansa ser, sentir dói, pensar destroi./ Alheia a nós, em nós e fora,/ Rui a hora, e tudo nela roi./ Inutilmente a alma o chora.

In una quartina di Fernando Pessoa mi sembra di poter ravvisare l’innervatura tematica che distingue l’ultimo libro di Gianfranco Palmery, Compassioni della mente, in uscita giovedì prossimo per Passigli Editori (lo stesso editore a cui si deve larga parte dell’edizione italiana del grande portoghese). A questo incipit pessoiano forse si può avvicinare una quartina endecasillabica presente a p. 59 del libro:

Eccomi in questa Weimar che mi strema/ dove non c’è che il presente e il presente/ è abolito dal sempre nel patema/ del mai che sforna un quotidiano niente.

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separazione con addebito?

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Ho tra le mani un pregevole numero (X/26) della rivista Vernice (edita da Genesi) dal titolo emblematico Tradurre è un po’ tradire. Sono oltre quaranta i traduttori di livello cui vengono sottoposte tre domande:

è vero che il sogno di ogni traduttore è simile a quello di ogni prefatore: superare i meriti e la creatività dell’autore dell’opera di cui ci si sta interessando?
il traduttore è più vicino all’amanuense, che riproduce una scrittura blindata e chiusa, o al profeta, che parla in anticipo e parla davanti al messaggio che trasmette?
il ruolo del traduttore è meglio simboleggiato da un milite ignoto o da un maestro di stile letterario?

Bene, nessuno risponde allo stesso modo degli altri, risolvendosi l’approfondimento in una gamma incredibile di tonalità sullo scavo degli opposti.
Più che dare ragione o torto a qualcuno, m’interessa esprimere la sensazione per cui l’esperienza della traduzione sia una fondamentale cartina di tornasole non soltanto per chi la compie ma anche per chi la apprezza e la giudica. Ha cioè una capacità universale di coinvolgimento delle dramatis personae.
Chi scrive poesia dovrebbe sempre, come esercizio, provare a tradurre, se ha familiarità sufficiente con la lingua. E a sottoporre la traduzione ad amici. Rimarrà sorpreso dalle discordanze, dalle insospettabili schiere di persone ligie all’interpretazione autentica. Ho letto addirittura alcuni guru della rete statuire che la poesia va spiegata.
Dall’altra parte c’è la sensibilità di ciascuno, la carta moschicida della poesia che Maria Grazia Beverini del Santo chiama spesso in causa definendola “narcisismo di lettura”. E la variabile oggettiva del passaggio del tempo, dello iato tra autore e suo traduttore / lettore, tribunali di seconda e di ultima istanza che dovranno autonomamente decidere tra canone storico o evolutivo.
Il grande poeta è anche lui un Mito, un Archetipo. Ci viene posto quasi sempre innanzi senza possibilità d’intervento critico: toh, leggi, e se non lo capisci te lo spiego io.
Ci si muove sempre su un terreno sorvegliatissimo. E i nervi sono tesi. A ben vedere, in ballo c’è la visione antropologica di ognuno.
Tradurre poesia è come chiamare in causa nei propri versi personaggi dell’epos, della musica, della filosofia, della religione. Fino a che punto si può lavorare di creta?

Sono rimasto colpito dalla modernità del sonetto 66 di Shakespeare. Credo che possa parlarci di alcuni mali che sono anche e soprattutto del nostro tempo. Censura, lobbismo, lottizzazione, oscurantismo. Dopo un iniziale, entusiastico impeto lessicalmente irrispettoso, ho limato la mia verve a favore di correttezza e musicalità. Ma non ho rinunciato a sottoporre a elongazione alcuni passaggi.

Il testo originale, la mia traduzione e le mie note a questo link sul mio taccuino. Buona lettura.

Scritto da Roberto R. Corsi

13 novembre, 2009 alle 15:20

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