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che MEN mi graverà com’più m’attempo: La realtà sofferta del comico di Leopoldo Attolico
| Dovessi rappresentare la scrittura di Leopoldo Attolico sceglierei la ricetta di un cocktail: due parti di Vito Riviello, maestro della poesia comica; una parte dell’ultimo Saramago, quello che sul divano della Dandini ci ha fatto pensare che più si diventa vecchi (absit aetas Attolico) più si diventa liberi, e più si diventa liberi più si diventa radicali. Ecco allora che la lettura della sua ultima raccolta, La realtà sofferta del comico, edita da Aìsara, diventa una metalettura perché al di là del suo contenuto costringe il presunto recensore a confrontarsi, emozionalmente direi, coi singoli ingredienti, andandoli a cercare nella cambusa sociale e personale. Ove vengono tenuti ben nascosti, questo è il punto. Comico non è solo non prendere e/o prendersi sul serio. Ma è prendere per i capelli il serio mostrandone la ridicolaggine. Di più, il comico è attiguo alla realtà perché quant’altri mai sa svelarne l’imperfezione. E proprio l’imperfezione, nell’apertura di p. 9, è il fulcro della poesia stessa: |
Bella pretesa una poesia senza errori/ una poesia perfetta/ Non è così che si fa/ – quando è proprio la lieve imperfezione/ che cresce su se stessa/ a fare dell’ape e delle sue cellette/ l’unica chance d’amore sufficiente/ il redde rationem che ti salva dalla tangente (…)
Il signore degli anellidi
(pubblico un inedito dello scorso anno, pensato come esercizio di stile e come omaggio a José Saramago e ai suoi, più o meno confessi, emuli…)

immagine: http://www.trool.it
IL LOMBRICO CHE, strappato alla sua quotidianità sinuosa e orizzontale, fatta di terriccio molle ordinario quale si può ritrovare in molti luoghi, non solo in quella Versilia insolitamente arida, a detta dei meteorologi per un singolare ritardo nella rottura dell’anticiclone delle Azzorre, per il riscaldamento globale a detta di pochi altri, sbeffeggiati o addirittura infamati da bagnini e proprietari d’esercizi sulla costa che per interesse miravano a minimizzare l’erosione, fu collocato nella vaschetta e poi sull’amo, e stancamente lanciato nell’acqua agitata dal pescatore, trapassando pressoché immediatamente per affogamento e si direbbe senza soffrire, se solo la scienza ci confortasse già con studi precisi sull’argomento, tentati peraltro in favore di molluschi e crostacei da alcuni biologi danesi mossi dalla crudezza delle pratiche culinarie, dovette attendere per poco il suo contributo alla catena alimentare, allorché uno sgombro spintosi troppo a riva, forse per una poco ittica ma molto umana ricerca di solitudine dal branco che pinneggiava un centinaio di metri più al largo, lo ghermì e inghiottì, repentinamente abboccando e provocando uno strattone alla lenza del pescatore il quale, pur intento a fondo nella lettura del quotidiano sportivo che incensava la vittoria della sua squadra del cuore, vittoria risicata in verità e non immune dall’ombra di decisioni arbitrali non corrette, ma che cominciava a produrre effetti incoraggianti in classifica e nello spogliatoio, fu accorto nel condurre il pesce a riva, talora assecondandolo nei suoi sforzi per evitare che slamasse, ossia in gergo si strappasse atrocemente ma salvificamente via l’amo dalle fauci a causa della lenza troppo tesa, inconveniente non infrequente nell’ipotesi di prede di calibro e predatori inesperti, ma non era questo Leggi il seguito di questo post »

