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un dragaggio opportuno: Il ponte di Heidelberg di Sergio D’Amaro

Sergio D'Amaro, Il ponte di Heidelberg, LaRecherche 2011². Clicca per accedere alla pagina di download.
Non passa giorno in cui non mi convinca un po’ di più che internet sia una risorsa irrinunciabile per il produttore e il consumatore di poesia: accanto al potenziale correttivo delle storture editoriali (su cui vi ho fatto ormai ‘na capa tanta) non va mai dimenticata la capacità di recuperare prove meritevoli impigliate nei fondali del tempo e della scarsa diffusione.
Così è, da stamattina, per Il ponte di Heidelberg, silloge uscita in cartaceo 21 anni or sono e ora riproposta in ebook grazie a LaRecherche.
Queste quarantanove liriche dal piglio epistolare, scritte da Sergio D’Amaro tra il 1984 e il 1989, formano un vero libro d’acqua (prendo a prestito il titolo di una raccolta di Massimo Scrignòli). Nihil novi, direte voi pensando a Ungaretti, a Luzi etc. Ma mi sembra di avvertire in questi versi una dominanza idrica se possibile ancora più completa rispetto alla poesia fluviale dei citati dioscuri. Qui l’acqua esonda, signoreggia il tutto, persino il tempo (gli orologi della quarta lirica sono liquidi), permea il vocabolario di luoghi oggetti e azioni (fluttuazioni, annegamenti…) e in ultima analisi permette una sorta di annullamento come nella chiusa della lirica XXVII: «Ogni desiderio, ogni passione era calma./ E me ne andavo tra i bambini/ con la più totale immersione nelle loro corse/ senza avvedermi del tempo./ E poi giacevo nel lago della stanchezza».
L’immagine del ponte sul fiume Neckar mi appare rappresentare la condizione umana, sospesa sul flusso “escatologico” che la precede e la segue. Essa costituisce un leitmotiv di questa raccolta, avvolta in un sereno scetticismo ahimé raro in questi tempi di – uso volutamente un termine forte – reductio ad deum della poesia. Sereno, dicevo, perché il cupo e perentorio affresco delle liriche XLI e XXXI (cui vi rimando possibilmente in quest’ordine) si stempera, negli ultimi tre versi della raccolta, in distesa agnostica accettazione: «Forse mi basta sapere/ che vengo dall’acqua/ e all’acqua ritornerò».
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che MEN mi graverà com’più m’attempo: La realtà sofferta del comico di Leopoldo Attolico
| Dovessi rappresentare la scrittura di Leopoldo Attolico sceglierei la ricetta di un cocktail: due parti di Vito Riviello, maestro della poesia comica; una parte dell’ultimo Saramago, quello che sul divano della Dandini ci ha fatto pensare che più si diventa vecchi (absit aetas Attolico) più si diventa liberi, e più si diventa liberi più si diventa radicali. Ecco allora che la lettura della sua ultima raccolta, La realtà sofferta del comico, edita da Aìsara, diventa una metalettura perché al di là del suo contenuto costringe il presunto recensore a confrontarsi, emozionalmente direi, coi singoli ingredienti, andandoli a cercare nella cambusa sociale e personale. Ove vengono tenuti ben nascosti, questo è il punto. Comico non è solo non prendere e/o prendersi sul serio. Ma è prendere per i capelli il serio mostrandone la ridicolaggine. Di più, il comico è attiguo alla realtà perché quant’altri mai sa svelarne l’imperfezione. E proprio l’imperfezione, nell’apertura di p. 9, è il fulcro della poesia stessa: |
Bella pretesa una poesia senza errori/ una poesia perfetta/ Non è così che si fa/ – quando è proprio la lieve imperfezione/ che cresce su se stessa/ a fare dell’ape e delle sue cellette/ l’unica chance d’amore sufficiente/ il redde rationem che ti salva dalla tangente (…)

