
un bel ritratto di Anna Maria Curci (immagine © del sito poetarumsilva.wordpress.com di cui è co-redattrice – clicca sulla foto per visitarlo).
Stando alla sua twit-descrizione Anna Maria Curci impara, insegna, legge, scrive, traduce. E, con la stessa entrée in punta di piedi con cui antepone il discere al docere, etichetta le proprie Nuove nomenclature – inedite, collazionate per intero da Fernanda Ferraresso su Cartesensibili – anzitutto come “filologia” nella breve (e perentoria) nota introduttiva su La dimora marottiana, nota da cui ho tratto qui la frase saliente facendone titolo.
Che la poetessa si veda, o voglia in certo qual modo dipingersi, alla finestra, rispetto all’azione e rispetto alla poesia? quasi come se la situazione ci lasciasse altro da fare: potrà questa bruttura che è il mondo rovesciare se stesso? (Dostoevskij, techno[cracy] remix) e quasi non fosse sotto gli occhi di tutti che purtroppo la poesia à la page di oggi è all’85% proprio quel “fumo rancido”, sofisma da fine pasto, bartezzaghismo fuori contesto, intimismo spicciolo, autocelebrazione, “occasione” (caduta etimologica)?
Non so. Filologica o poetica che dir si voglia, certamente l’intuizione di Anna Maria Curci crea poesia. E di finissima fattura.
Chi scrive ha attraversato, nella sua trascurabile produzione, una fase mitologica-archetipica, rivolta soprattutto a cercare la parola o l’immagine bi- o pluridirezionale. Forse un gioco a nascondersi, come con sagacia sospettava la dedicataria d’un lunario. Attualmente invece privilegia il sociale (o il confessionale, che in regime di conformismo cronico è quanto mai insurrección solitaria), ma non riesce più a scuotere quanto vorrebbe il caleidoscopio linguistico.
Nelle neonomenclature curciane, fondendo e sintetizzando dato culturale e realtà, l’espressione approda a un livello qualitativo superiore.
Clandestino
Sta dalla parte dei respinti
e non l’ha scelto. Il tedesco
lo chiama nero, se lavora,
a bordo passeggero cieco.
Il francese lo bolla senza
carte, per l’inglese è immigrante
illegale. Soliti ignari,
qui, rispolverano il latino.
Eppure, “di nascosto” era “clam”:
cosa c’è di segreto in chi,
nell’angolo, prega che lingua
non taccia o copra il suo destino?
Siamo agli antipodi del Moses schoenberghiano (“O Wort, du Wort, das mir fehlt!”), verso quello che sembra un moto di espirazione rispetto alla inspirazione-contrazione polisemantica: la parola esiste, è testimonianza corposa, ed è svenata con mano delicata ed esperta; Leggi il seguito di questo post »