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Una certa IKEA della poesia: I poeti morti non scrivono gialli di Björn Larsson
Perdonatemi il trito e persino commerciale ma ghiotto calembour. È che da tempo la mia decisione (?) di tagliarmi quasi del tutto fuori dal giro delle presentazioni, delle recensioni do ut des, infine del lavoro gratuito o a pagamento mi sta portando a sorprendere molto materiale “poetico” o “peripoetico” in zone di confine, certamente non le sclerotiche location ove – perdonate, già che ci siete, anche l’autocitazione – «mugola il sesso orale tra poeti che ascoltano applaudono poeti». Cerco la poesia, o la parola che la squadri, in postazioni eterodosse.
Bene, con questo spirito e grazie a una serie di recensioni favorevoli ho scelto un romanzo giallo come mia lettura estiva e l’ho terminato ieri notte. Questa “specie di giallo”, come recita il sottotitolo, ha fatto sì che io mi avventurassi per la prima volta nel genere (?) giallo svedese – precedentemente esplorato solo in via indiretta coi film della trilogia “Millennium” di Stieg Larsson: molto bello il primo, brutti gli altri due. Giallo (o poliziesco) svedese è un trademark dei nostri tempi col cui proliferare Björn Larsson non è certo tenero: “Praticamente ogni città del paese, piccola o grande che fosse, aveva il suo poliziotto (…) Stava iniziando a stancarsi dell’intero genere, che tra l’altro dava un’immagine distorta della realtà, soprattutto svedese. All’estero stavano iniziando a pensare seriamente che fosse un paese ormai allo sbando. Quando veniva invitato con i suoi colleghi a festival letterari in Francia, Italia o Germania, non mancava mai qualche giornalista o lettore che chiedeva cosa fosse andato storto in Svezia” (p. 311).
Neanche io leggerei né probabilmente leggerò più gialli svedesi, ma la circostanza che la vittima di turno fosse un poeta nel momento in cui si era convertito, per esigenze di cassa e riconoscenza verso l’editore, a scrivere un poliziesco (dal titolo, ironico proprio verso Millennium, di Uomini che odiano i ricchi), mi ha attratto verso questo libro quanto bastava. Il resto lo ha fatto la critica, che ha enfatizzato l’aspetto etimologicamente (in senso etimologico) dell’opera; la lettura corrobora questa sensazione per cui l’intreccio poliziesco ha almeno in certi punti un ruolo ancillare rispetto alla predominante riflessione sulla poesia, sulla sua funzione, sulla sua qualità. Leggi il seguito di questo post »
“smaltimento del bronzo”: piccolo esperimento bibliotecario
“Exegi monumentum aere perennius” (Orazio, Odi, III, 30, 1)
“Exegi monumentum pro columbis” (RRC)
La Biblioteca Nazionale di Firenze (fonte: wikipedia). In basso a sinistra, in bianco e azzurro, gli scaffali ove trovano collocazione i due esemplari del mio libro.
Al volgere di cinque anni dall’uscita in stampa del mio esordio (febbraio 2007-2012) ho pensato che offrendone alcune copie ancora in mio possesso a qualche biblioteca comunale avrei realizzato molteplici scopi. Oltre al non omnis moriar, oraziano cliché d’ogni pericoloso incredulo, ne sottolineo solo due: intanto avrei conferito una qualche nobiltà al chiaroscuro di questo péché de jeunesse (e più non dico); in secondo luogo avrei avuto la possibilità concreta di raggiungere un maggior numero di lettori, di scavalcare i limiti fisio-pato-logici del progetto originario. Lettori virtuali, siamo d’accordo – la straordinaria dotazione bibliotecaria del nostro paese è un dato sanguinosamente snobbato nel pensiero e nella prassi – ma pur sempre lettori a tiro di passeggiata o di mezzo pubblico.
Rimuginando sul proposito mi è balenata l’idea un po’ egocentrica che esso potesse assumere anche una qualche valenza sperimentale.
Lo scrivente infatti è personaggio e poeta umbratile, iposociale, riottoso verso l’autopromozione, sconosciuto al di fuori delle 606 persone che seguono i suoi rarefatti teatri dell’ego (blog, social), autore di un libro “che ha destato grande DISattenzione tra lettori e critici”, [anche perché] sostanzialmente non distribuito (e più non dico II) e spesso scambiato, mercé il suo titolo, per un trattato di diritto delle successioni (come il suo autore, a guisa di Zerlina, voleva e non voleva).
In breve, proponendo l’acquisizione della mia raccolta a biblioteche, anche molto lontane dalla mia città, ho pensato che avrei testato la capacità di assorbimento da parte del sistema bibliotecario di un libro di poesia John Doe, cioè l’attitudine, l’interesse all’acquisizione di una “silloge bianca” di cui non si sa un bel nulla – non precorsa dalla fama dell’Autore, da segnalazioni degli utenti o da altre circostanze incidentali, eccetto quanto si può leggere sul mio blog e in rete a mio nome, che magari a volte può essere brillante e divertente ma non si discosta da quanto altrettanto brillantemente scrivono molte penne non necessariamente poetiche.
