Roberto R. Corsi

Imbrattatore di fogli, per giunta con molti a capo…

Ostinazioni

La poesia è spesso ostinazione.
Nasce, e tuttora viene così recepita da voci ed uditi autorevoli, come urgenza di piegare la frase alla forma, al ritmo, alla musica. Ma porta al suo interno esigenze più profonde, che sovente, come in una tragedia sofoclea, pospongono più o meno consapevolmente la propria agnizione all’impulso fratricida.

Come era logico, nello sfornare il mio “pargoletto dalle mani mozze“, ho incontrato favori, giudizi perfino lusinghieri – come quelli nella sezione Opinioni. Ma anche qualche critica. Intorno, un silenzio davvero (per creare l’ossimoro di scuola) assordante, perché non suscettibile di essere interpretato univocamente come atteggiamento di disinteresse, o come dubbio interpretativo, o come (invidiosa o pietosa) astensione dall’esercizio critico. Tanti piccoli Dante, giunti in Cocito, di fronte all’esordiente, implorante Branca D’Oria : «”aprimi li occhi”! e io non gliel’apersi / e cortesia fu lui esser villano» (Inferno XXXIII).

Torniamo alla critica esplicita… L’atteggiamento normale del poeta verso la recensione sfavorevole è quello della rimozione. Non certo un processo freudiano – il poeta non scorda mai, anzi è piuttosto permaloso: nil inultum remanebit – bensì una semplice operazione d’immagine, per cui la “stroncatura” viene ramazzata via dal sito, dalla rassegna stampa, dal curriculum etc.; viene posta sotto il tappeto della visibilità.

La critica negativa ha però un valore aggiunto da non trascurare: la spontaneità. In un mondo poetico che, a dispetto delle sbandierata idealità, sta emergendo – anche grazie a coraggiose inchieste – in tutta la sua cornice materialista, possiamo essere certi che chi ci ha abbassato il pollice davanti lo ha fatto per un suo profondo sentire.

Scelgo dunque, a rischio di ostacolare l’interesse nei miei confronti, di prendere in considerazione anche le negatività.

 

Tempo fa, dopo avere presentato al pubblico una fortunata e profonda silloge di Michele Brancale, ho preso coscienza di come sia importante il “messaggio” all’interno del proprio disporsi a poesia. Ripreso il mio libro in mano, ho pensato che anch’esso, modestamente, portasse al suo interno dei valori stilistici o personali meritevoli di essere garbatamente difesi dalla buriana critica.

Eccovi dunque la mia ostinazione.

 

* * *

 

La principale obiezione alla mia poesia si potrebbe riassumere in una frase, captata occasionalmente da un amico in una conversazione tra due astanti ad un mio incontro letterario: è solo cultura, senza anima.

Il lapidario giudizio sottende alcune convinzioni, tra cui campeggia quella per cui la cultura, nel senso di erudizione, non pertenga alla sfera intima ed esistenziale delle persone ma costituisca una sorta di modulo applicativo, biglietto da visita, arma propria o impropria. Quasi a mo’ della dialettica sofistica.

Andando ancora più a fondo nella botte, mi sono state indirizzate alcune lettere in cui si afferma la «ginnasialità» di alcune mie attenzioni stilistiche e figurali, contrapposte a momenti in cui riluce il mio mondo interiore. Altre volte invece, prendendo spunto da un verso della silloge lo iato viene addirittura interpretato come «vezzo» enigmistico. A sottendere, ancora, una sorta di sadismo verso il lettore.

Devo ammettere che anche alcuni giudizi positivi non mi hanno soddisfatto appieno, e in certi casi ho colto, pur nel pollice recto, una fretta classificatoria o giustificativa – attraverso viaggi e conoscenze – della mia poesia, quasi una patente descrittiva, che ha un forte sospetto di esclusione dal convito della poesia “autentica”.

 

Oggettivamente è davvero strano come critiche particolarmente feroci, giudizi tranchant sulla impossibilità di una coesistenza tra vita e cultura (o meglio di un valore vivo della cultura), siano provenute da esponenti della docenza, vale a dire persone dedite all’insegnamento: che in teoria dovrebbero prodigarsi per rendere vivente la materia sapienziale, imbevendone il più possibile lo spirito dei loro allievi…

Detto questo, devo fare una confessione che stupirà: le mie poesie grondano di vita. Sono piene di riferimenti autobiografici. Istanze personali che addirittura contaminano manipolano e distorcono la ortodossia di personaggi opere e miti: a Protagora, affabulando (sul)la sua morte, ho fatto persino sovvertire la sua più famosa massima!

Questo non è stato capito. Quindi la critica è stata duplice: da un lato non ho dato in pasto la mia intimità (falso), dall’altro non ho rispettato la coerenza dei personaggi (verissimo, ma c’è una ragione).

 

Se però il carattere “personale” è presente, occorre domandarci perché non sia stato compreso.

I motivi sono più di uno. Il primo: la mia poesia è difficile, e questo al lettore non piace. Il lettore di poesia, oggi, ha l’esigenza di libri nella cui lettura non sia obbligato a troppi sforzi di approfondimento. Occorre un dire semplice, spianato, strettamente lessicale. Tutt’altro che còlto. Spesso precotto.

Cito un estratto da una lettera di Liliana Ugolini a commento del mio libro: …Quando, come in questo caso, il piacere di scorrere il testo conferma il trovarsi nella vera poesia, la sensazione è la speranza, quella speranza che fa dell’ Arte salvezza e nello stesso tempo allontanamento per “l’altro linguaggio” che, come ci siamo detti, non è recepito se non da chi ne ha dimestichezza. «M’illusi possessore d’un cosmo»…

Il sottolineato dice tutto, ed è perentorio come un dato acquisito, cronico quindi difficile da eradicare.

A ciò si aggiunga la difficoltà oggettiva di avere scelto un metodo particolare di esprimere la mia individualità, manipolando il bagaglio sapienziale in molte sue maestose manifestazioni (come ho sommariamente spiegato sopra), contaminandolo nella sua purezza filologica, ibridandolo con il mio dna.

 

È questo procedere per aspera un modo di nascondersi, come a volte si è obiettato? Sì e no.

Sì, perché ritengo che la poesia abbia una ineliminabile necessaria componente criptica, che la distingue da altri generi (narrativa, forma epistolare, diario, blog) e che possa serbare al lettore la fondamentale possibilità di dare un senso proprio, una interpretazione, a ciò che legge. No, perché nel mio vissuto personale la cultura è stata l’unica autentica conquista, un affrancarsi che nessuno è riuscito a sporcare o sminuire. Parlando di/attraverso la cultura, parlo di me nella forma più autentica ed appropriata. La sento come un organo vitale. Se la cultura non interessa o non si ritiene viva, il giudizio può essere trasferito anche sul sottoscritto. Di più: credo sia naturale che, in una certa fase della propria esistenza, la nostra conoscenza assuma, in tutto o in parte, un grado di emozionalità tale da farla attecchire alla pelle… se ciò non avviene, si ha a mio giudizio una grave sconfitta del sistema… ma questo è un discorso troppo lungo, fermiamoci qui.

 

Ecco quindi – dicevo – che il mio problema è il problema della cultura in genere.

Qualcosa visto costantemente come esterno all’anima, senza coglierne il valore esistenziale.

Qualcosa di noioso.

Qualcosa che obbliga a spingersi oltre se stessi e il proprio bagaglio (o più spesso astuccio) di conoscenze. Direi anche oltre il proprio ego.

Come tale, un ospite raramente benvoluto nella società moderna. Che non sa raccogliere le sfide e che le sottopone a raccolta indifferenziata, accomunando senza indagini nel negativo ciò che non si riesce subito a comprendere.

 

Di fronte alla difficoltà di lettura, un ramoscello d’ulivo da porgere a chi sta dall’altra parte del libro sarebbe l’uso capillare della notazione.

Del resto, va di moda l’assunto per cui Dante è semplice, dimenticando che fin dalla scuola media siamo bombardati da note e nozioni per cui però vuol dire perciò; da esplicazioni astrologiche, da biografie e spiegazioni su personaggi, da esegesi bibliche…

Ed ho notato che qualche valido autore di poesia cólta (cito per tutti Alessandro Carrera e la sua bella raccolta La stella del mattino e della sera, edita da Il Filo) ha ritenuto di scegliere questa strada, posponendo alle sue poesie una chiarificazione che non si limita ai vocaboli stranieri o ai nomi propri, ma copre spesso anche il senso della composizione.

Quanto a me, per la timidezza sottesa alla mia personalità ed al mio esordio ho limitato il mio intervento a pochi, irrinunciabili ragguagli – comunque «esitanti ed eventuali».

Forse tra cento anni qualcuno analizzerà capillarmente i miei riferimenti: non credo infatti che sia mio compito. E comunque non sono troppo d’accordo sul prendere a cuor leggero questa necessità: vorrei che le poesie fossero come le partiture di Bach – solo con le indicazioni essenziali, a volte con nessuna, nemmeno quella degli strumenti da impiegare (come ne L’arte della fuga).
Questo per permettere il già citato gioco della molteplicità interpretativa, fondamentale in poesia: il clavicembalo come il pianoforte, il quartetto d’archi come l’ensemble jazz…

Occorre anche qui, dunque, fare molta attenzione. E lasciare potere ermeneutico al lettore – il lettore vivo, quello che, speriamo al più presto, abbia fatto proprio il sempiterno sapere aude!

 

versione 1.0 del 15 Marzo 2008 – il testo sarà via via aggiornato con altri pensieri e/o rilievi meritevoli
© Roberto R. Corsi 2008 – riproduzione libera a patto di non alterare il testo e di citare l’Autore e questo sito.

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