Opinioni
Una rassegna di voci autorevoli a commento delle mie poesie.
«Testi di testi, testi riflessivi su testi musicali e visivi; ho apprezzato, in particolar modo, quei testi che scavano il loro ritmo e arricchiscono la risonanza dei significati con le immagini e la storia delle parole, come Zenone di Elea o Studio su una medusa».
Rinaldo Caddeo, 16 Marzo 2007.
«Libro connotato da un modello stilistico molto originale (e artisticamente riuscito), su cui certamente incide la conoscenza del mondo musicale. Da questo la poesia attinge espressioni singolari e nuove; lo stesso pensiero segue dei percorsi originali sotto la spinta di istanze, di natura artistica e psicologica, non comuni. La scrittura ha tagli stilistici molto interessanti, accensioni improvvise e improvvisi affondi nel buio, che rivelano una natura complessa e artisticamente sicura».
Anna Ventura, 27 Marzo 2007.
«Continua a colpirmi la sensibilità musicale e il modo antiretorico di risolvere il “dolore metodico”. Anche l’uso del mito, non gridato e non in funzione semplicemente dotta, mi trova concorde».
Alessandra Paganardi, 14 Gennaio 2008.
«Vedo il suo libro come un omaggio al genere della ekphrásis, o descrizione in parole di un’opera d’arte figurativa o magari musicale. Mi piacciono versi gnomici come “Di certe fiamme brucia il venir meno” o “tutto quanto mi offende / nel mio non essere”, e il paragone della sonata per pianoforte di Alban Berg con un jazz da orario di chiusura».
Alessandro Carrera, 27 gennaio 2008.
«Corsi si affaccia alla poesia con questo primo libro di versi che dimostrano già una buona maturità e tenuta espressiva: risultato di intense letture, viaggi, esperienze culturali soprattutto in campo musicale. Trovo, tra i vari e variegati motivi portanti, un’attenzione peculiare al corpo della tessitura poetica, rovescio fatale di un’attenzione alla poesia stessa del corpo. Ma tutto questo, pur n mezzo a una straordinaria appercezione della realtà, avviene anche con disincanto e distacco, come se la “fragilità” del porsi dell’autore di fronte al mondo riscatti il suo io onnivoro-osservante e gli dia una genuinità ch’è frutto proprio di quella necessaria ingenuità».
Luigi Fontanella, su Gradiva 33/2008, pag. 144.
«Ho apprezzato la qualità del testo veicolata in dotte ed introiettate assonanze memoriali dove si rende più esplicito il senso. La ricerca cosmica del suo dire che si contrappunta nella musicalità delle parole e nell’ispirazione, astrae lo stile raffinato ed elegante. C’è una lenta costruzione del sé che, attraversando la musica, la pittura, i personaggi, il quotidiano, la sublimazione, si vuole capire dando al fruitore una chiave di lettura nuova all’indegnità e al succedere… Anche l’amara ironia che percorre il libro è salvifica mentre si accertano strade mai viste prima, nei Miti ricorrenti ai quali vengono chiesti aiuti di chiarezza. Una lettura intrigante, che mi ha certamente arricchita. Mi resta la tangibile percezione della bellezza».
Liliana Ugolini, 13 Marzo 2008.
«Roberto R. Corsi ha un’incredibile capacità di contenere nei suoi versi ironia ed erudizione, ritmo e passione musicale… Le pagine di Roberto sono come un pentagramma, dove l’autore propone i suoi accordi e le sue melodie alla ricerca della nota successiva, dell’accadimento di un altro accordo, che sia degno e posto bene in sequenza col precedente. C’è una ricerca immaginifica delle parole che mi ricorda gli esperimenti, notevoli quanto autodileggiati, di Pasquale Panella. Dunque gioco delle parole, gusto per l’imprevedibile nella storia, a partire dal titolo… Chi preserva se stesso dall’incontro con gli altri in una certa misura “non accade”, “non succede”, non esiste nella vita degli altri. Per spiegare questa intuizione Roberto ricorre alla scala di Mohs, la scala dei minerali. Sostituiamo alle pietre le poesie e l’effetto che ricaviamo dalla loro lettura è il senso di questa scalfitura interiore, di non poche ferite. L’ispirazione di Roberto, infatti, si misura con le ferite della storia e dell’amore, non di rado trasfigurate in icone di passaggio, di composizioni musicali o di quadri. Credo che un buon autore riesca nella sua impresa quando, parlando di ciò che vive o che ha vissuto, trascende se stesso, lasciando parole nelle quali si possa riscontrare quella che il critico letterario Elena Gurrieri ha sottolineato come “valenza polisemantica” nel suo Letteratura, biografia ed invenzione. Mi pare che l’esperimento più riuscito in questa direzione da parte di Roberto sia la composizione Bismantova, ferragosto… Qui Roberto racconta la cognizione del dolore, utilizzando un’immagine della passione che sarebbe poi stata venerata anche nelle statue e nelle immagini dell’Addolorata. In ogni pagina, la materia è viva e sembra esplodere da ogni parte».
Michele Brancale, dalla presentazione del 17 Aprile 2008.
[vedi anche La Nazione - Firenze, 25 Marzo 2008 (pag. X)]
«Nell’orchestrazione di questa raccolta, l’antico si affaccia continuamente, con l’uso del linguaggio (sorvegliatissimo e non di rado scandagliato in profondità), con filosofiche incursioni (Zenone, Pitagora, Protagora), con la mitologia, con la nostalgica ricerca di una classica “Bellezza”. I versi colti, cesellati, intrisi di citazioni e riferimenti, a lungo limati, raccontano talvolta con veemenza giovanile, tal altra con guizzi ironici o improvvise tenerezze l’originale ed affascinante mondo dell’autore. Particolarmente toccanti i punti in cui le esperienze personali, intrecciandosi a mitiche figure o a giganti dell’arte, si risolvono in uno smanioso e struggente desiderio di identificazione… Roberto Corsi ha bene assimilato la lezione del grande Rilke. Anch’egli cerca di ritrovare il senso della vita (e della morte) nella “parola artistica”, nell’aspetto puramente espressivo della poesia, coraggiosamente nuotando nel misterioso mare del suo essere uomo… Tuttavia cercare di condensare nella parola scritta, necessariamente limitata nei suoi codici espressivi, la forza del pensiero e dell’animo, i moti consci ed inconsci o addirittura aspirare a conciliare l’inconciliabile, richiede un instancabile e delicatissimo lavoro. In questo processo non può essere estranea la sofferenza, che infatti serpeggia dolente fra le pagine, talmente acuta a volte da divenire in-sofferenza; eppure catartica. Attraverso il doloroso schermo del proprio essere si intravedono approdi intatti, forse irraggiungibili, ma la speranza ne resta nutrita».
Annalisa Macchia, 5 Settembre 2008.
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«Poesia non così devota alla melodia, ma attentissima ai tempi, al tocco, alla limpidezza esemplare dei suoni, alla partecipazione emotiva… E la cultura, profonda e vissuta, nonché la “disposizione” poetica, non tengono mai sotto scacco l’ironia né, soprattutto, la crudezza dello svelare se stessi, che non è, intendiamoci, lo scopo della poesia ma il modo in cui i poeti parlano la stessa lingua».
Marco Giampieri, 3 Ottobre 2008.
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«Una bella raccolta dove narrazione poetica si coniuga con una affascinante sapienzialità. Anche il ritmo avvolge, seppure, volutamente, spezzato all’occorrenza. Pare un insieme illuminista… o, meglio, una sorta di summa sei-settecentesca in cui tutto il sapere confluisce».
Gian Ruggero Manzoni, 26 Novembre 2008.
«Roberto R. Corsi, avvalendosi della musica come sommo mezzo di conoscenza e lasciandosi da essa condurre e permeare totalmente, riesce a pervenire alla Poesia non limitativamente come espressione esclusivamente letteraria, ma universalmente intesa come lente sublime attraverso la quale leggere e interpretare la Vita».
Cinzia Boccamaiello, 19 Febbraio 2009.
«…al di là del suono vibrante che si sprigiona dai testi, c’è qualcosa di misterioso, di arcano che si annida negli angoli di una casa pervasa dagli echi del non detto. Una casa che si trasforma continuamente sotto l’incedere del passo e cambia il percorso dei corridoi, delle scale, l’ubicazione delle stanze, la geometria delle finestre. Una casa abitata da musicisti racchiusi in sferiche boules trasparenti, su cui cade una neve sospesa nel liquido silenzio dell’assenza».
Maria Pia Moschini, 24 Giugno 2009.
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