Roberto R. Corsi

La poesia non è morta però ogni tanto cambiatele i fiori

Archivio per la categoria ‘magagne

lo zio Alfonso e lo scribacchino

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Berardinelli

foto dal blog Mosche in Bottiglia

Rifletto sull’intervento di Alfonso Berardinelli sul Domenicale del 28 aprile u.s. – potete leggerlo qui – e la prima considerazione che s’affaccia è che evidentemente esiste una linea Maginot, una trincea tra la percezione di chi assurge agli onori della critica e chi invece, come il sottoscritto, conduce una vita da poetastro autopubblicantesi nonché faticatore su poesia altrui, spesso anch’essa confinata nel pozzo dell’incognito. I primi, probabilmente sommersi da invii honoris causa di pubblicazioni cartacee di ogni qualità, e inclini a sedimentare il loro sguardo critico in poeti conclamati, dunque non novinovissimi, parlano di poesia “sopravvalutata” (assieme alla narrativa); i secondi toccano quotidianamente con mano sudaticcia l’olocausto editoriale – “poeti: porta chiusa o portafoglio aperto!” -, il crunch dello spazio fisico dedicato alla poesia nelle librerie, l’assenza di recezione diffusa della (pur legittima, anzi auspicabile) alluvionalità di testi in rete, la latitanza dell’attenzione editoriale a questo stesso humus poetico digitale (mancanza di head hunters) che riduce ogni possibilità di balzo (verso dove?) allo schema della conventicola (do ut des, cioè laudo ut laudes) e a un’autopromozionalità al limite del neurologicamente sopportabile.
Dunque la prima reazione all’articolo è “Ma di che stiamo parlando?”. Poi uno si spreme di più e pensa di essere andato fuori tema: quello che interessa a Berardinelli è un rapporto qualitativo tra “campioni” di un genere e di un altro. Difatti il leitmotiv dell’articolo, provocatoriamente generoso di comparazioni in stile Coppi-Bartali o Callas-Tebaldi (enfatiche, acritiche, non supportate) è che saggisti e non-romanzieri o non-poeti ci donino opere, ignorate dai critici, che valgono almeno quanto romanzi o raccolte di poesia sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori. Si tratta di un pregiudizio, come avverte lo studioso, storiografico e critico, che come tale andrebbe abbattuto.
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Scritto da Roberto R. Corsi

8 maggio, 2013 alle 09:49

bookshop in a coma/2 – chiusure lampo e offerte lampo

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La libreria de'Servi stamane alle 10 (foto mia)

La libreria de’Servi stamane alle 10 (foto mia)

È assodato che le notizie le do quasi sempre molto dopo gli altri. Intanto, per coerenza, il post avrebbe dovuto recare il numero 5 perché oltre alla Martelli ha chiuso anche la Edison, di cui non abbiamo parlato qui ma in compenso trovate un profluvio di e-news. Stesso dicasi per la Libreria del Cinema e, prima ancora, la Libreria del Porcellino, trasferitasi online.
Stavolta invece la novità risale a due mesi fa, ma è ancora attuale perché, se lo stato vegetativo (compreso il “fuori tutto”, svendita libraria attualmente in corso) venne annunciato a metà febbraio, la spina sarà staccata a maggio. In quel periodo la bella Libreria de’ Servi – appena 3 anni e mezzo di età – chiuderà i battenti e noi ci troveremo con l’ennesima luce che si spegne. Per far posto a cosa non si sa, perché nella vetrina è visibile a tutt’oggi un numero di cellulare “per informazioni su affitto fondo (400mq)”.
Massimiliano Chiari e Letizia Fuochi, nell’intervista a caldo, sono avviliti: i costi di un’attività in zona centralissima – peraltro sottoscritti “senza pistola alla tempia”, precisa Chiari con onestà – sono troppo alti e quel parterre di bibliofili/ aficionados che doveva dare linfa alla libreria non si è costituito. Per colpa di chi?
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cognizione di causa/2 – in fair Verona

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tribvr

(img dal sito alsippe.it – elaborazione mia)

Tempo fa misi per iscritto i miei dubbi sull’assunto che un contratto di edizione a pagamento fosse inappuntabile sotto il profilo della causa contrattuale, elemento essenziale che dalla dottrina più autorevole viene definito come funzione economico-sociale del contratto. Ero ignaro, e ringrazio Gaia Conventi per la tweet-segnalazione, di come già a metà degli anni Ottanta un Pretore, quello di Verona, avesse formulato un ragionamento simile al mio. Anzi, migliore e più pragmatico del mio, evitando di volare troppo alto in ordine al (pur importante) profilo etico della questione e concentrandosi piuttosto sulla struttura giuridica del rapporto, cioè sul famoso sinallagma, collegamento – necessario e necessariamente equilibrato – tra prestazione e controprestazione.
Su questa sentenza e altro si è per gran parte innestato un commento del 2002 da parte dell’avv. Ugo Nasi; da quello partiamo – in corsivo – per poi addivenire – in blockquote – alla massima. Il grassetto è opera mia.

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dissezione del dissenso

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è appena trascorsa la (/ una/ un’altra) Giornata mondiale della poesia e io l’ho passata prima in ufficio e poi piacevolmente e un po’ stilnovisticamente passeggiando per una Firenze restituita alla lucentezza e a un convincente tentativo di primavera. Frattanto si sono susseguiti vari eventi e soprattutto i social network si sono popolati di citazioni: dagli “onori di casa” della Merini (nata proprio il 21 marzo, dunque gettonatissima) a Plath o Szymborska, ad appelli alla conservazione della poesia dialettale sotto l’ala zanzottiana, a gradevoli proposte in lingua originale, a rimpalli tra informali e dissacranti poeti novelli e così via. Tanta carne al fuoco o meglio tanti coriandoli nel vento di un bel giovedì.
Se però dovessi scegliere un testo che ha attratto la mia attenzione opterei per il dissenso in versi gentilmente presentatoci da Simone che scrive su PurtroPPo – come si firma nello spazio commenti del suo blog.
PurtroPPoSimone è un creativo cui va immediatamente un plauso (kudos, giù il cappello, etc.) in quanto parte del team spinoza.it; ma non è un poeta né un amante della poesia. Forse spazientito dalla timeline gonfia di versi, ha riproposto ieri una “non poesia” (sic) del marzo 2012 che secondo me è una lettura interessante. Si chiama Non sopporto le poesie. Lasciandone da parte il valore artistico (a giudizio di chi scrive non peggiore di altre prove saldamente qualificate come poesia), dico che a mio avviso chi ama la poesia non può prescindere dall’occuparsi della sua crisi di consenso e fruizione; una crisi che magari su twitter non appare, ma twitter ahimè non è un campione fedelmente rappresentativo della società (altrimenti il PD avrebbe almeno il 60% dei voti), e nella società gli spazi fisici e mentali della poesia si riducono come sotto il bombardamento di un cannone ad antimateria. Se il problema esiste, come esiste, è buona cosa ricevere feedback ogni tanto; e se questi arrivano addirittura in versi la cosa si fa affascinante. Non che uno debba piegarsi pedissequamente ai gusti del lettore/recettore, altrimenti alle medie si farebbe lezione di nute11a e p1aystati0n anziché di italiano e matematica; però un contatto con l’altro capo del filo è sempre salutare, specialmente quando la scintilla del gradimento non vi perviene.
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paradisi artificiali, purgatorî pei giornali

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domenica scorsa sfogliando il Corriere ho fatto conoscenza a pagina 55 con un aspetto meno noto della vita di Sir Humphry Davy: la sua esperienza di poeta – compositore di oltre un centinaio di liriche ma soprattutto sperimentatore su di sé del gas esilarante (protossido di azoto), riguardo ai cui effetti scrive addirittura un’ottava alternata…

On breathing the Nitrous Oxide

Not in the ideal dreams of wild desire
Have I beheld a rapture wakening form
My bosom burns with no unhallowed fire
Yet is my cheek with rosy blushes warm
Yet are my eyes with sparkling lustre filled
Yet is my mouth implete with murmuring sound
Yet are my limbs with inward transports thrill’d
And clad with new born mightiness round.

Davy

Sir Humphry Davy

Non che il tema della creatività connessa alle sostanze psicotrope sia nuovo, né che la stanza citata qui sopra sia qualitativamente rilevante; però la breve lettura, attraente fin dal titolo per l’ironia cui esso presta il fianco (“volete diventare poeti? lasciate perdere gli editori a pagamento e investite in gas esilarante!!!”) mi ha divertito, oltre a ricordarmi alcuni aspetti dell’adolescenza (intendevo pure io operare un piccolo esperimento, e avevo preso la cosa piuttosto scientificamente, ma mi sono fermato in limine) e come sempre a farmi rimpiangere tempi andati in cui la dicotomia scienza-letteratura era sentita come contrapposizione non impermeabile tra due forze paritarie.

…tutto qui? un momento Corsi, ma da dove hai preso la poesia, visto che nell’articolo a firma Adriana Bazzi è citata solo indirettamente?
Ebbene, l’ho presa da questo post uscito già a metà febbraio sul blog Popinga (di Marco Fulvio Barozzi), post che tra l’altro cita e linka correttamente la fonte originaria, vale a dire un saggio di Sharon Ruston, professoressa di Letteratura e cultura dell’Ottocento all’Università di Salford, Manchester.
È stato per me abbastanza avvilente constatare come persino il più importante giornale italiano talvolta “si dimentichi” di menzionare le fonti (quantomeno Ruston)… E il pensiero di questo scivolamento della deontologia anche ai più alti livelli, nonché di quanti episodi di questo tipo si registrano e registreranno quotidianamente, mi si para davanti come un potente incentivo a darci su con la creatività e passare senza indugio al consumo smodato di [~].

Scritto da Roberto R. Corsi

6 marzo, 2013 alle 12:30

“Siamo tutti la Tunisia di fronte all’élite repressiva” (Mohammed Al-Ajami)

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Al-Ajami

il poeta Al-Ajami (noto anche come Ibn Al Dheeb) nell’avatar del profilo twitter che puoi visitare cliccando sull’immagine.

di solito ho scarso trasporto e un certo pessimismo nei confronti delle petizioni ma l’appello di Amnesty aperto ieri alle sottoscrizioni, del quale ho notizia tramite Stefano Guglielmin che l’ha postato sulla sua bacheca faceb00k, non può proprio essere snobbato.

La condanna all’ergastolo di Muhammad al-Ajami [Ibn Al Dheeb], poeta del Qatar, in carcere dal novembre 2011, è stata ridotta a 15 anni. È accusato di “reati” legati alle sue poesie. È un prigioniero di coscienza, detenuto solo per aver esercitato pacificamente il diritto alla libertà di espressione.

(…) I diritti alla libertà di espressione e di riunione sono garantiti dal diritto internazionale e [dalle Convenzioni per il rispetto] dei diritti umani. Possono essere limitati solo per scopi specifici, che includono il rispetto dei diritti e della reputazione altrui. Le restrizioni devono essere necessarie e proporzionate e non devono compromettere questo diritto. Le personalità pubbliche devono accettare di poter essere oggetto di critiche maggiori rispetto agli altri cittadini. Pertanto le leggi che riconoscono una protezione specifica dalle critiche ai funzionari pubblici non sono compatibili con il rispetto della libertà di espressione.

 

Leggete anche voi il report di Amnesty cliccando qui, e poi firmate con me l’appello cliccando sul bottone giallo all’interno della pagina! Proviamoci insieme.

Scritto da Roberto R. Corsi

2 marzo, 2013 alle 17:18

invocazione marzolina a Serapione di Thmuis

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Serapione di Thmuis

San Serapione (immagine © giornoxgiorno.myblog.it)

caro Serapione,
ho scelto te tra tutti i santi tuoi condomini perché da ragazzo guardavo lo Scrondo e lui giurava (il falso) sul tuo omonimo martire alessandrino, quindi per estensione pure tu mi stai istintivamente simpatico. Poi con quel nome, che pur promana dal sole, sicuramente sarai nelle fasce di reddito più basse dell’agiologia onomastica perché un figlio oggi è meglio chiamarlo “o Alan o Kevin” (cit.) oppure Oceano, Nathan Falco, Brookyln o al limite anche Ibuprofene cui la mia testina deve molti ringraziamenti e quindi un tributo di carne ci starebbe pure bene.

Smetto di divagare. Oggi è il primo marzo e come forse sai il 21 p.v., che è il tuo condominio patronale oltre che il primo giorno di primavera, è stato scelto da quasi tre lustri come Giornata mondiale della poesia UNESCO. Sarebbe una bella cosa se non fosse che è tutto uno scatenarsi di letture pubbliche per gran parte basate sul solito schema del volontariato collettivo.
Si titilla l’ego ai poeti come ai micetti la vescica (“sei stato scelto nel novero dei poeti fiorentini”), si fan loro espletare pochi versi, si moltiplica per almeno qualche decina di partecipanti ed ecco fatta la serata.
Quando ero ottimista ho presenziato o partecipato a cosette di questo tipo. Gli organizzatori sono come caporali: chiaramente ovviamente naturalmente non ti pagano (e quanto dovrebbero darti per una poesia? anche se io accetto pure cappuccini per quietanza, ormai). Joyce Carol Oates, in Acqua nera, fa chiosare duramente a un suo personaggio: “cos’è un volontario, specie se di sesso femminile? Qualcuno che sa di non poter vendere i suoi talenti”. Ciò può essere irrispettoso verso chi s’impegna per il prossimo, ma trattandosi di poesia questo è senz’altro vero: si è smarrita la coscienza del valore intrinseco del nostro lavoro. O addirittura si è acquisita, pur sottacendola, la netta coscienza che, mercé l’esubero dell’offerta rispetto alla domanda, la scrittura creativa non valga più nulla, soprattutto con questi chiari di luna (ho letto che per un pezzo giornalistico di almeno 250 parole venivano offerti € 0,66+IVA!); che è già tanto se la poesia non assume un valore economico negativo (cfr. editoria a pagamento), che è un divertissement figlio del ozio o dell’età improduttiva, che basta una carezza al nostro ego o l’appellativo di “poeta” collocato su qualche carta per remunerarci in esubero.

Ma di questo ho parlato alla nausea (so che mi segui da lassù). Quel ch’è peggio è i caporali col tempo plasmano, sedimentano (e inevitabilmente ghettizzano) un “fritto mistico” (cit.) di poeti – sempre gli stessi – che sfornano a comando poesie su qualunque cosa. Come dei simbolici Big Jim, schiacci il tasto ed esce la strofa sulla società civile, l’ottava sul femminicidio, la terzina incatenata su Firenze in fiore, l’haiku sulla schiacciata alla fiorentina. Leggi il seguito di questo post »

sospesa / la dimora del tempo / sospeso

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exlibrisFM

L’ex libris dei “volumi di Reb Stein” ospitati presso “La dimora”

Una storia, quella qui sotto, fortunatamente a lieto fine – sono le 19,30 di mercoledì e il blog ha appena ripreso le trasmissioni, a dimostrazione che uniti si vince!
Grazie a tutti coloro che si sono adoperati perché la farfalla di Reb Stein tornasse a volare.

_________

Ne ho preso notizia ieri: il portale La dimora del tempo sospeso, ospitato qui su wordpress.com e curato da Francesco Marotta, è stato sospeso (diciamo bloccato per non ripeterci) per non meglio precisate violazioni dei termini di servizio. Ci è dunque impossibile fruire, spero solo momentaneamente, di una delle risorse più preziose sulla poesia contemporanea che si potessero trovare in rete. In un quinquennio Francesco ha raccolto e ospitato dozzine di contributi creativi o critici di grande valore, che oggi sono inaccessibili.
Non sto a tediarvi con gli scenari che mi sono fatto per i motivi di questa spiacevole novità, grave non solo per l’an ma direi soprattutto per il quomodo, cioè per l’inversione dell’onere della prova che si è instaurata su questi lidi.
Quasi subito ho scritto a Francesco che ieri pomeriggio (14:30 circa) mi ha raccontato le sue difficoltà e, almeno fino a ora, il mutismo dell’assistenza wp. Ho in prima battuta suggerito agli amici interessati di fare sentire la nostra voce usando il form in calce a questa pagina, oppure di scrivere direttamente una mail a supportCHIOCCIOLAwordpressPUNTOcom lamentandosi del provvedimento e auspicando una pronta riattivazione. Ho persino predisposto un testo standard (mi scuso per eventuali errori, il mio inglese è cronicamente arrugginito) che è stato già ripreso e utilizzato da qualcuno – con piena licenza, da parte mia, di correggerlo e arricchirlo ad libitum. Eccolo:
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Scritto da Roberto R. Corsi

9 gennaio, 2013 alle 12:49

26 EAP (e tanti Duchi di Mantova)

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avevo già letto (e approvato) il pezzo di Carolina Cutolo, oggi citato e glossato (lo scopro via sonnenbarke) da Roberto Russo. Il succo: alla fiera di Roma nessun vaglio di trasparenza e/o doppio binario tra editori virtuosi e a pagamento (questi ultimi in numero di ventisei, in base alla nota lista WD/Lippa, che trovate linkata negli articoli e che forse andrebbe fatta oggetto di aggiornamento e indagini astute e perentorie nei soggetti che indica).

Tempo fa annoveravo, tra le tre teste di Cerbero che mi rendono pessimista sul futuro del comparto poesia, il cd. ducamantovanesimo, cioè – citando la famosa aria verdiana – il questa o quella per me pari sono tra case editrici virtuose e non. È assodato che, negligentemente o per tornaconto, critici e (ben più gravemente) organizzatori di premi e riconoscimenti se ne fregano di instaurare una barriera o un doppio regime, e così recensiscono o premiano tutto di pari grado. Con quanto è successo a Roma vediamo il fenomeno da un’altra angolazione ancora, cioè nel momento dell’assegnazione degli spazi fieristici.

Mi fa molto piacere che si stia prendendo coscienza della necessità di porre criteri di trasparenza, anche se rimango alquanto pessimista sulla vittoria della guerra.

Scritto da Roberto R. Corsi

9 dicembre, 2012 alle 18:44

Colpo (apo)plectico

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Imbriani

Cesare Imbriani (img ©finanzaecomunicazione.it)

Sentir parlare di poesia in un telegiornale è cosa più rara che imbattersi in un pentafoglio (siamo oltre il quadrifoglio). Così ieri, reduce dal freddo che nelle giornate limpide cala come mannaia sul buen retiro non appena il sole tramonta, m’è quasi preso un colpo nel vedere che il tg1 delle 17 ospitava un servizio sulla presentazione di una raccolta di versi!
Si trattava del nuovo libro di Cesare Imbriani, Voci senza terra ed altro, edito da Plectica e portato all’attenzione dei lettori di Roma lunedì scorso. Probabilmente sul sito di RAIuno si può anche ritrovare il filmato, ma come ogni linuxiano che si rispetti sono allergico a silverlight e quindi dovete farlo da voi. Io intanto ve lo racconto.

La cosa prometteva piuttosto bene: sala ampia, buon pubblico, relatori altisonanti appartenenti alla koinè poetica (es. Elio Pecora) ma non solo (Marcello Veneziani). Un’attrice altrettanto famosa, Ida Di Benedetto, ha letto alcune poesie e la telecamera la immortala all’opera, dinanzi a un leggio…
Ma il servizio ci dice qualcosa di sostanziale sulle poesie di Imbriani? o ce ne fa assaggiare qualcuna dalla voce della Di Benedetto? niente affatto. I pochi minuti a disposizione sono spesi per le inquadrature degli intervenienti, per dirci che Imbriani è ordinario di economia alla Sapienza, e per una battuta dell’Autore che, qualificato in sovrimpressione come “economista e poeta”, spiega (quasi dovendosi implicitamente discolpare dal vizio poetico) che le due discipline sono entrambe imprescindibili per la sua completezza interiore e felicità. Fine. Sigla.

Morale della favola: la polpa della notizia e dell’attenzione mediatica continua a non essere il libro ex se, ma il “personaggio pubblico-E-scrittore. Tematica/problematica che chi mi segue conosce bene. E che appare ahinoi confermata non solo da questa breve di cultura, ma anche dal comunicato stampa, che non reca reperti in versi.
Pensate che ieri sera ho visto un vecchio film col grande Laurence Olivier nel ruolo di un detective che a un certo punto si sfoga così: “mio padre avrebbe preferito che facessi il poeta”. Risate a denti stretti in salotto e controbattute: 1) facciamo a scambio di babbi, Sir?! 2) oggi sarebbe più proficuo che si presentasse come “investigatore e poeta” che come poeta tout court.
Tornando al servizio del tg, qualcuno più malizioso potrebbe pensare anche a un caso di SLAP (ossia la terza testa del Cerbero) – ma ovviamente non c’è alcun elemento e qui siamo garantisti a nastro.

Aspetto di poter prendere conoscenza con la poesia di Imbriani – che tra l’altro ha all’attivo anche un precedente volume per Scheiwiller, legato a questo ultimo dal suffisso con (evitabile) eufonica “ed altro” nel titolo – nonché con la casa editrice Plectica, che non conoscevo e il cui nome magari giro agli amici di TdL per le loro indagini “diafaniche”.

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