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finalmente Alberta
a distanza di anni dal mio proposito iniziale (mi autoflagello) mi sono preso un po’ di tempo per addentrarmi nel libro Amore fu della poetessa fiorentina Alberta Bigagli, volume che raccoglie tutta la sua produzione poetica eccezion fatta per l’ultimissimo Dopo la terra, e scriverne una nota di lettura dal titolo Un caldo e pressante contatto con il suolo di vita – sono parole della stessa AB, in coda al volume.
Il mio contributo è disponibile in formato PDF come pure per lettori portatili (epub e mobi).
Buona lettura! Non scordate di visitare il sito personale di Alberta, linkato in calce: vi troverete molti testi testimonianze e fotografie.
- SCARICA “un caldo e pressante contatto con il suolo di vita”: Amore fu di Alberta Bigagli
formato PDF – formato ePUB – formato Mobipocket (Kindle)
cognizione di causa/2 – in fair Verona
Tempo fa misi per iscritto i miei dubbi sull’assunto che un contratto di edizione a pagamento fosse inappuntabile sotto il profilo della causa contrattuale, elemento essenziale che dalla dottrina più autorevole viene definito come funzione economico-sociale del contratto. Ero ignaro, e ringrazio Gaia Conventi per la tweet-segnalazione, di come già a metà degli anni Ottanta un Pretore, quello di Verona, avesse formulato un ragionamento simile al mio. Anzi, migliore e più pragmatico del mio, evitando di volare troppo alto in ordine al (pur importante) profilo etico della questione e concentrandosi piuttosto sulla struttura giuridica del rapporto, cioè sul famoso sinallagma, collegamento – necessario e necessariamente equilibrato – tra prestazione e controprestazione.
Su questa sentenza e altro si è per gran parte innestato un commento del 2002 da parte dell’avv. Ugo Nasi; da quello partiamo – in corsivo – per poi addivenire – in blockquote – alla massima. Il grassetto è opera mia.
“Siamo tutti la Tunisia di fronte all’élite repressiva” (Mohammed Al-Ajami)

il poeta Al-Ajami (noto anche come Ibn Al Dheeb) nell’avatar del profilo twitter che puoi visitare cliccando sull’immagine.
di solito ho scarso trasporto e un certo pessimismo nei confronti delle petizioni ma l’appello di Amnesty aperto ieri alle sottoscrizioni, del quale ho notizia tramite Stefano Guglielmin che l’ha postato sulla sua bacheca faceb00k, non può proprio essere snobbato.
La condanna all’ergastolo di Muhammad al-Ajami [Ibn Al Dheeb], poeta del Qatar, in carcere dal novembre 2011, è stata ridotta a 15 anni. È accusato di “reati” legati alle sue poesie. È un prigioniero di coscienza, detenuto solo per aver esercitato pacificamente il diritto alla libertà di espressione.
(…) I diritti alla libertà di espressione e di riunione sono garantiti dal diritto internazionale e [dalle Convenzioni per il rispetto] dei diritti umani. Possono essere limitati solo per scopi specifici, che includono il rispetto dei diritti e della reputazione altrui. Le restrizioni devono essere necessarie e proporzionate e non devono compromettere questo diritto. Le personalità pubbliche devono accettare di poter essere oggetto di critiche maggiori rispetto agli altri cittadini. Pertanto le leggi che riconoscono una protezione specifica dalle critiche ai funzionari pubblici non sono compatibili con il rispetto della libertà di espressione.
Leggete anche voi il report di Amnesty cliccando qui, e poi firmate con me l’appello cliccando sul bottone giallo all’interno della pagina! Proviamoci insieme.
invocazione marzolina a Serapione di Thmuis
caro Serapione,
ho scelto te tra tutti i santi tuoi condomini perché da ragazzo guardavo lo Scrondo e lui giurava (il falso) sul tuo omonimo martire alessandrino, quindi per estensione pure tu mi stai istintivamente simpatico. Poi con quel nome, che pur promana dal sole, sicuramente sarai nelle fasce di reddito più basse dell’agiologia onomastica perché un figlio oggi è meglio chiamarlo “o Alan o Kevin” (cit.) oppure Oceano, Nathan Falco, Brookyln o al limite anche Ibuprofene cui la mia testina deve molti ringraziamenti e quindi un tributo di carne ci starebbe pure bene.
Smetto di divagare. Oggi è il primo marzo e come forse sai il 21 p.v., che è il tuo condominio patronale oltre che il primo giorno di primavera, è stato scelto da quasi tre lustri come Giornata mondiale della poesia UNESCO. Sarebbe una bella cosa se non fosse che è tutto uno scatenarsi di letture pubbliche per gran parte basate sul solito schema del volontariato collettivo.
Si titilla l’ego ai poeti come ai micetti la vescica (“sei stato scelto nel novero dei poeti fiorentini”), si fan loro espletare pochi versi, si moltiplica per almeno qualche decina di partecipanti ed ecco fatta la serata.
Quando ero ottimista ho presenziato o partecipato a cosette di questo tipo. Gli organizzatori sono come caporali: chiaramente ovviamente naturalmente non ti pagano (e quanto dovrebbero darti per una poesia? anche se io accetto pure cappuccini per quietanza, ormai). Joyce Carol Oates, in Acqua nera, fa chiosare duramente a un suo personaggio: “cos’è un volontario, specie se di sesso femminile? Qualcuno che sa di non poter vendere i suoi talenti”. Ciò può essere irrispettoso verso chi s’impegna per il prossimo, ma trattandosi di poesia questo è senz’altro vero: si è smarrita la coscienza del valore intrinseco del nostro lavoro. O addirittura si è acquisita, pur sottacendola, la netta coscienza che, mercé l’esubero dell’offerta rispetto alla domanda, la scrittura creativa non valga più nulla, soprattutto con questi chiari di luna (ho letto che per un pezzo giornalistico di almeno 250 parole venivano offerti € 0,66+IVA!); che è già tanto se la poesia non assume un valore economico negativo (cfr. editoria a pagamento), che è un divertissement figlio del ozio o dell’età improduttiva, che basta una carezza al nostro ego o l’appellativo di “poeta” collocato su qualche carta per remunerarci in esubero.
Ma di questo ho parlato alla nausea (so che mi segui da lassù). Quel ch’è peggio è i caporali col tempo plasmano, sedimentano (e inevitabilmente ghettizzano) un “fritto mistico” (cit.) di poeti – sempre gli stessi – che sfornano a comando poesie su qualunque cosa. Come dei simbolici Big Jim, schiacci il tasto ed esce la strofa sulla società civile, l’ottava sul femminicidio, la terzina incatenata su Firenze in fiore, l’haiku sulla schiacciata alla fiorentina. Leggi il seguito di questo post »
hysteron proteron: postfare e mai prefare
Condivido ampiamente quanto espresso nella bella “incursione” di Roberto Alajmo uscita domenica scorsa su La lettura (#67, p. 4) e leggibile per intero sul sito personale dello scrittore.
In tono colloquiale e con parole semplici si sfiora un tema importante quale l’epidemica e patologica gratuità del commitment di lettura e critica, esan-tema più volte stigmatizzato su questi lidi. Ma soprattutto si asserisce con dovizia cromatica che: la prefazione a un autore vivente è deleteria; chi continua a commissionarne è un editore sprovveduto; essa infatti fa assumere al libro un retrogusto provinciale; insinua un padrinaggio sospetto tra prefatore e autore; in più imprime all’opera prefata il marchio di qualcosa che non riesce a camminare con le proprie gambe; di una barzelletta che va spiegata; infine ha tutti i tratti di un’intimazione a farsi piacere ciò che seguirà.
Notevole! Ripercorro la mia esperienza su questo leitmotiv, adattandolo com’è ovvio al comparto poesia che, quanto a diffusione, è ex se provinciale.
Molto spesso le introduzioni/prefazioni a libri di poesia, siano esse chieste dagli editori o dagli stessi poeti, hanno valore onorifico/ legittimante: si esibiscono nomi della poesia e della critica (talora anche dell’attualità o della politica) come blasoni e magari numi protettori per le future sorti recensorie e premiali del volumetto; essendo sufficiente il sintagma “prefazione-di-X-Y” da calare come un asso di briscola, da esibire seccamente in frontespizio, qualche volta in copertina; non ha rilievo il contenuto ma il fatto che lo abbia scritto proprio il Vate.
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Contro (misure a) la spavalderia/II
Contrariamente al parimenti neonato BookDetector, di cui ci siam subito occupati, abbiamo benevolmente concesso doppio anzi triplo grado di giudizio alla nuova rubrica poetica del domenicale de Il Sole 24ore, iniziata il 3 febbraio scorso a cura di Paolo Febbraro. L’inserto culturale del Sole propone e proporrà ogni settimana un inedito di autore italiano vivente, accompagnato da una breve biobibliografia e da un’altrettanto succinta nota di lettura.
Le premesse all’iniziativa sono ab initio roboanti e spavalde, a partire dal catenaccio dell’articolo di presentazione della prima uscita: La poesia è più viva che mai (sic). Ve lo mostreremo con testi da noi commissionati e rigorosamente selezionati.
Ancora, in un sommario: Comporremo, di settimana in settimana, un’antologia della contemporaneità, mettendo i poeti alle corde per esaltarne la forza espressiva.
Prima perplessità procedurale da parte di chi conosce bene il carattere dei poeti, tutt’altro che ligi nel mettersi alle corde: è possibile commissionare un testo a un poeta già affermato e poi selezionarlo, dunque anche al contrario rifiutarlo, senza venire telefonicamente vituperati fino agli ascendenti di terzo grado? Io non credo, a meno che non si vada appresso all’autore chiedendogli di scrivere due poesie e poi se ne sceglie una, un po’ come al Festival. Ma se poi entrambe le poesie sono bruttine? Sarebbe utile conoscere nel dettaglio il meccanismo di cernita.
Altre perplessità vengono dall’articolo di presentazione, ove la poesia viene descritta da Febbraro come attività “estranea alla cultura collettiva”, “così connaturata all’essere umano che è difficile trovarvi qualcosa di immediatamente attuale”, “duratura e superbamente inutile”. Leggi il seguito di questo post »
“che ciascuna costura avea fregi d’oro fino”
costura, ossia cucitura (cum-sutura) che fa cost[ol]a. Dunque non solo e non tanto punto di composizione ma di rilievo, e forse anche di dolorazione (“spianar le costure” vale come bastonare).
Costure, il lavoro di Tracciamenti recentemente pubblicato da Giuda Edizioni reca come sottotitolo «esperimenti di poesia sartoriale» e questa specificazione mi appare anzitutto come differenziale verso il genus e prima ancora il concetto di poesia visiva, che quasi in toto avverto come sviluppo voluttuario di una parola comunque egemone e spesso autosufficiente. Qui invece il rapporto tra le due componenti (parola e modello) presenta connotazione paritaria, di uguale dignità; il sottotitolo avrebbe potuto essere benissimo rovesciato in «sartoria poetica».
Ne deriva una fortissima integrazione e un senso di necessità. Da un lato la parola poetica, fisicamente collocata lungo (oppure oltre) le innervature dei modelli, amplifica come un ventaglio il gioco di contraddizioni laceranti e gordiane (il mio cartamodello preferito, qui a fianco in versione lo-res, recita «il peso irrisolvibile della lotta tra generi») in cui il disegno si fa fenomenologia della problematica esistenziale e/o sociale; in questo senso già la scelta di instillare dilemmi in un modello sartoriale (quindi acefalo) porta a un arcobaleno di rimuginazioni possibili. Dall’altro il cartamodello, irrorandone la secchezza con linee colori e immagini spesso di potente carica simbolica, è la collocazione ideale per una scrittura per fragmenta, asciutta e quasi percettibilmente nemica dell’ornamento, tratto superfluo o ridondante.
A beneficiare dell’innesto, infatti, è a mio modo di vedere soprattutto la poesia, e la lettura “secca” dei soli testi, proposta in coda al volumetto, conferma come il loro esito talora molto felice («l’abito esploso/ incipit della borghesia danzante» del cartamodello 02.11), talaltra giocato su procedimenti un po’ inflazionati (es. scissione dei suffissi -mente o -azione), tragga linfa vitale dall’inserimento nel proprio abito/habitat.
Da sfogliare e regalare.
Forse percorrendo il lemmatico trait d’union tra costura e bastonatura evidenziato all’inizio, la personale di Tracciamenti, in programma a Bologna con inaugurazione il 15 Feb, sarà incentrata sul progetto Lividi.
(la citazione del titolo è tratta dalle Vite parallele di Plutarco)
sgrassando Magrelli
prima lettura dell’anno nuovo, 15 poesie semi-inedite di Valerio Magrelli pubblicate (nell’anno vecchio) su poetarum silva. Magrelli è oggi uno dei poeti più apprezzati e, incrociando il post con una cernita dalle sue prime tre raccolte, si capisce perché: la sua è una poesia capace d’incontrare il gusto di chi cerca equilibrio formale e capacità di osservazione.
Dalle trenta poesie più risalenti alle quindici attuali, mercé anche la sua ascesa come “personaggio pubblico” (l’ho visto per esempio nel salotto di Augias, dal quale ha esposto considerazioni che mi sono piaciute; oltretutto senza minimamente accennare ad alcuna delle sue poesie, il che denota onestà rara nell’ambiente poetico), il Nostro sembra avere orientato la sua lente più sul sociale e meno sulla captatio cordis verso la sfera intima del lettore (che la non dimenticata Beverini del Santo, guardandolo dal punto di vista del suddetto lettore, chiamava “narcisismo di lettura”).
Peraltro un poeta ad ampio raggio è sempre tale, e lo dimostra l’indulgere alla koinè poetico-critica, all’attualità di circostanza, all’immancabile e immancabilmente aconfessionale cronaca familiare; ma soprattutto lo fa percepire una ricorrente sensazione di ovatta, di roseo annacquamento dell’osservazione – ciò che fa inumidire anche il sottopanno dell’osservato. Cose forse imprescindibili, oggi, per sforare il tetto del venticinquesimo lettore manzoniano e magari essere risucchiati dal cono (d’ombra?) mediatico. Meglio restare ignoti e rappresentare le storture personali e sociali con tutta la violenza che meritano? Per me sì, per un poeta laureato boh.
C’è del buono, comunque, in questa quinzaine. Leggi il seguito di questo post »
Colpo (apo)plectico
Sentir parlare di poesia in un telegiornale è cosa più rara che imbattersi in un pentafoglio (siamo oltre il quadrifoglio). Così ieri, reduce dal freddo che nelle giornate limpide cala come mannaia sul buen retiro non appena il sole tramonta, m’è quasi preso un colpo nel vedere che il tg1 delle 17 ospitava un servizio sulla presentazione di una raccolta di versi!
Si trattava del nuovo libro di Cesare Imbriani, Voci senza terra ed altro, edito da Plectica e portato all’attenzione dei lettori di Roma lunedì scorso. Probabilmente sul sito di RAIuno si può anche ritrovare il filmato, ma come ogni linuxiano che si rispetti sono allergico a silverlight e quindi dovete farlo da voi. Io intanto ve lo racconto.
La cosa prometteva piuttosto bene: sala ampia, buon pubblico, relatori altisonanti appartenenti alla koinè poetica (es. Elio Pecora) ma non solo (Marcello Veneziani). Un’attrice altrettanto famosa, Ida Di Benedetto, ha letto alcune poesie e la telecamera la immortala all’opera, dinanzi a un leggio…
Ma il servizio ci dice qualcosa di sostanziale sulle poesie di Imbriani? o ce ne fa assaggiare qualcuna dalla voce della Di Benedetto? niente affatto. I pochi minuti a disposizione sono spesi per le inquadrature degli intervenienti, per dirci che Imbriani è ordinario di economia alla Sapienza, e per una battuta dell’Autore che, qualificato in sovrimpressione come “economista e poeta”, spiega (quasi dovendosi implicitamente discolpare dal vizio poetico) che le due discipline sono entrambe imprescindibili per la sua completezza interiore e felicità. Fine. Sigla.
Morale della favola: la polpa della notizia e dell’attenzione mediatica continua a non essere il libro ex se, ma il “personaggio pubblico-E-scrittore“. Tematica/problematica che chi mi segue conosce bene. E che appare ahinoi confermata non solo da questa breve di cultura, ma anche dal comunicato stampa, che non reca reperti in versi.
Pensate che ieri sera ho visto un vecchio film col grande Laurence Olivier nel ruolo di un detective che a un certo punto si sfoga così: “mio padre avrebbe preferito che facessi il poeta”. Risate a denti stretti in salotto e controbattute: 1) facciamo a scambio di babbi, Sir?! 2) oggi sarebbe più proficuo che si presentasse come “investigatore e poeta” che come poeta tout court.
Tornando al servizio del tg, qualcuno più malizioso potrebbe pensare anche a un caso di SLAP (ossia la terza testa del Cerbero) – ma ovviamente non c’è alcun elemento e qui siamo garantisti a nastro.
Aspetto di poter prendere conoscenza con la poesia di Imbriani – che tra l’altro ha all’attivo anche un precedente volume per Scheiwiller, legato a questo ultimo dal suffisso con (evitabile) eufonica “ed altro” nel titolo – nonché con la casa editrice Plectica, che non conoscevo e il cui nome magari giro agli amici di TdL per le loro indagini “diafaniche”.








