Roberto R. Corsi

pensa a me come a pianta decidua

Archive for the ‘autori’ Category

“Ora che sulla nostra pelle non hanno più corpo le cose”: Francesco Lorusso, L’ufficio del personale

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Sono grato a Giacomo Cerrai per essersi occupato su Imperfetta ellisse di questo volume di poesia: il suo contributo critico, assieme a qualche estratto, mi ha acceso una spia in testa. Coincidenza ha voluto che immediatamente dopo io rinvenissi il libro tra i remainders, in ottimo stato e a metà prezzo.
Anticipo che la lettura e la conseguente rimuginazione – che ancora dura – hanno un po’ ridimensionato la portata di questa prova, che al primo assaggio mi dava forti segnali di poter essere perentoria, concretante un libro di poesia necessario, di quelli che non si limitano a un ruolo ornamentale di bel giardino, o alle gettonatissime “escrescenze del miocardio” (autocit.): un libro che, pur attraverso un vissuto, osa parlare di noi, della nostra società in trasformazione. In funesta trasformazione.

Intanto bisogna dire che c’è un profondo scarto, a mio modo di vedere, tra la prima sezione (eponima), e le successive due (Aria condizionata e Non è di maggio). Solo le ventisei poesie iniziali concretano il proprium che mi ha attratto; e non è coincidenza che la snella e ben condotta prefazione di Daniele Maria Pegorari s’imperni praticamente solo su estratti iniziali. Nei restanti due terzi la verve va scemando e, se non mancano interessanti spunti lessicali (l’occorrenza frequente di “precario”) o simbolici (il “mercato”, il rosso dei campi che riporta l’autore alle “bandiere scosse e ormai scordate”), la sensazione è che tutto si risolva in quadri di una quotidianità senza cambi di passo inventivi o in particolare critici verso il sistema.
È invece il dato lessicale, e quello che vi sta sotto, ciò che rende meritevole d’attenzione la sezione iniziale, L’ufficio del personale. Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

18 dicembre, 2014 at 08:47

Euforia = MC (anche non al quadrato)

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loggiamc

“Loggia Mu” (cit.)

non abbiate paura, non vi ammorberò con autocelebrazioni lunghe un’Olimpiade, non è mia consuetudine.
Nondimeno voglio parteciparvi la mia grande felicità per essere stato scelto tra i finalisti del premio Poesia di strada, ideato e condotto dalla Associazione Licenze Poetiche, e giunto nel 2014 all’edizione XVII.
Arrivare per la prima volta alla final ten di un concorso virtuoso (come chiamo quelli senza alcun contributo e con premi tangibili), partecipando così alla premiazione che si è tenuta domenica scorsa a Macerata, mi ha arricchito sotto tanti aspetti, che vi elenco in ordine sparso:

  • visitare un’affascinante città in cui, nonostante il festival lirico dello Sferisterio e altre vicende esistenziali che me l’hanno idealmente avvicinata, non mi ero mai recato;
  • conoscere tante belle persone di spiccata sensibilità artistica e umanità, che mi hanno fatto sentire tra amici sin dal primo momento, e non solo per gli apprezzamenti spontanei che mi han rivolto; alcune persone le conoscevo di fama e le ho pure in coda di lettura! Altre le ho conosciute in loco e mi hanno ugualmente colpito per le simpatiche e dense conversazioni che ne son scaturite;
  • avere l’onore, riservato a ciascuno dei finalisti, di un’interpretazione di una delle tre poesie da parte di un Artista: nel mio caso un’Artista con l’apostrofo, Giusy Trippetta (grazie di cuore) che si è sobbarcata il peso di lavorare sui miei versi angosciati e interminabili in una tela 50*70, e ne ha colto e sublimato, a mio avviso, ciclotimia dello scrivente e senso del tempo (cronologicamente ed eticamente inteso);
  • leggere in una biblioteca piena di fascino quale la Mozzi Borgetti;

e molto molto altro.

Come dicevo sopra la lista dei ringraziamenti sarebbe lunga. Oltre a Giusy ringrazio l’Associazione presieduta da Alessandro Seri, la giuria per intero, i co-finalisti in formazione compatta, Giuliana Guazzaroni di ADAM, dalle cui mani ho ricevuto l’attestato, tutti coloro che hanno partecipato alla cerimonia e alla piacevole cena che ne è seguita. Vi rimando alla pagina Facebook di Licenze Poetiche per qualche nome in più.
Complimenti ai primi classificati, al vincitore Fabio Orecchini (che ha citato nel suo discorso il grande Giuliano Mesa), alla runner-up Elisa Alicudi (il cui trittico è stato letto mirabilmente da Eleonora Ottaviani) e al bronzo di Alessio Alessandrini (che, Orazio insegna, ha innalzato un monumento più duraturo del bronzo). Ottime le vostre prove, e ho già avuto modo di studiare ieri su carta quelle di Alessio, che benevolmente me ne ha passata una copia di lettura durante la crapula.

E ora, dulcis in funGo (ihih), un po’ di materiale:

  1. qualche foto della serata (e della passeggiata maceratese il giorno seguente);
  2. la breve introduzione alle poesie dello scrivente da parte di Marco Di Pasquale (file mp3 “a sua insaputa”);
  3. nonché, naturalmente, le tre poesie, che pubblico con permesso del Pres. e che, pur presentate come “tre inediti”, avranno da oggi il nome, in caso di inspiegabile futura notorietà del sottoscritto, di Trittico Maceratese – e ci mancherebbe altro!!

I dieci quadri, che rileggono una poesia per ciascun finalista, saranno esposti in varie location a cura dell’Associazione; la prima sarà per certo il Pathos di Macerata, in pieno centro; poi (mi pare) Civitanova e poi ancora (di sicuro) Tolentino. Maggiori informazioni c/o Licenze Poetiche.

A presto amici!!

Ferlinghetti e la denuncia dell’infelicità

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FerlinghettiIeri, sfuggendo alla liturgia serale dei telegiornali, mi sono imbattuto in una puntata di America tra le righe, serie di documentari “on the road” a cura di François Busnel trasmessi da Rai5. Seguivo distrattamente le escursioni a Vegas, nella Death Valley, a Yosemite, fino a Frisco.

Improvvisamente, un’intervista a Lawrence Ferlinghetti. La mia attenzione è calamitata dal grande vecchio di City Lights, classe 1919 e ne porta almeno venti di meno. A un certo punto Busnel gli chiede quale sia la sua idea di poeta; lui prende in mano il suo ultimo libro, Poetry As Insurgent Art, del 2007, e inizia a leggere. L’estratto in lingua originale lo trovate qui alle pagg. 64 e 65, che miracolosamente costituiscono l’anteprima del libro.

Ecco invece la sbobinatura del doppiaggio:

ci sono tre tipi di poesia. La poesia sdraiata accetta lo status quo. La poesia seduta è scritta dall’establishment seduto: si lascia dettare le sue conclusioni a proprio vantaggio. La poesia in piedi è poesia d’impegno, a volte grandioso a volte immane.
L’idea che la poesia sia un’arma nelle mani della lotta di classe turba il sonno di coloro che non vogliono che si ostacoli la loro ricerca della felicità.
Il poeta per definizione è colui che detiene eros, amore e libertà; pertanto è il nemico naturale e non violento dello stato di polizia. È la resistenza ultima. È il barbaro sovversivo alle porte della città che attacca pacificamente il tossico status quo.

(da notare che almeno la tripartizione emerge da un decennio di articoli e lecture precedenti, come questa. Un’altra la troveremo più sotto)

Mi sento vicino a questa definizione.
Certe volte ho parlato di poesia consolatoria o di poesia come “bidet” per le coscienze. Leggi il seguito di questo post »

Salubri ri-ridondanze: Luca Buonaguidi

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LucaTrucupas

Luca e i Trucupas @ La Cité – foto mia

Ho parlato alle parole è il secondo libro di poesie di Luca Buonaguidi – amico, co­interista, blogger tendente al blogstar, interlocutore prima di penna e poi anche de visu dopo che settimane fa ho assistito al suo reading presso La Cité, affiancato dalla coinvolgente musica dei Trucupas. È uscito da poco per edizioni Oèdipus, che a detta di Luca è casa NO­EAP (dunque la accolgo volentieri tra i miei fari virtuosi), e che ha altri due meriti: aver assemblato, nella collana Intrecci, una geografia qualitativamente significativa di voci poetiche; aver rimesso filologicamente l’accento sulla e in Èdipo come diceva il mio prof. del liceo (che voleva si pronunciasse anche Tèseo e Giàsone!).
Non ho letto I giorni del vino e delle rose ma azzardo ugualmente che questa seconda raccolta abbia molto ancora del genus “silloge di esordio”. In questo senso ricorda da vicino (forse superandola per equilibrio) la mia Indegnità, che presentavo proprio sette anni fa (sembra un secolo) ma aveva molte poesie impubblicate, e forse a posteriori non così indecenti, alle spalle. La ricorda dal titolo, che è “salubre ridondanza” come si ebbe a pensare scrivendomi la prefazione. Ma la ricorda soprattutto perché, come cortesemente mi scrisse Gian Ruggero Manzoni, tende a essere un libro sapienziale in cui il poeta fa confluire non solo l’esistenza, ma, e ci vuole il coraggio e la filantropia degli under 30 perché è un messaggio duro da fare assimilare, tutta la propria cultura giustamente vivificata e intesa come vivificante. Un’Enciclopedia in cui compaiono innumerevoli citazioni (dai grandi poeti, primo Pessoa citato e aleggiante in molte stanze, a Max Gazzè e alla “smisurata bestemmia” di un Faber citato quindi per inversionem); richiami a letture, dediche, dialoghi immaginati con giganti dello scibile o dello scrivere.
Questo spirito, privo di ritrosia nel guardare a ritroso, imbeve la raccolta di slanci lirici che approdano a esiti talvolta sopraffini (vedi in calce), talvolta legnosi per la compresenza di arcasimi (chiarità, spirto) o di un quid di elisioni, troncamenti ed eufoniche improprie musicalmente ingiustificato dato che il verso è libero. Credo tuttavia, e ho fondati e inediti motivi per farlo convintamente, che queste resistenze si stiano appianando con naturalezza e Luca, proseguendo il cammino, stia conferendo ulteriore brillantezza al suo dire.
Intanto propongo sul mio taccuino le quattro poesie preferite della raccolta: le prime due esprimono almeno in parte quella tensione tra forza del dire e laccioli formali; le restanti mi convincono in modo incondizionato.

Written by Roberto R. Corsi

29 giugno, 2014 at 21:24

Efharistò Matisklò

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Ricevo via mail, e mi fa enorme piacere, il parere di Carlo Molinaro, per conto di Matisklo Edizioni, sulle mie Cinquantaseicozze:

(…) ho letto il manoscritto, le 56 cozze, e lo trovo complessivamente interessante: direi che contiene una bella narrazione autobiografica intersecata con la storia di questi nostri anni. E ci sono momenti di poesia intensa e ci sono prese di posizione anche originali.
Penso tuttavia che l’insieme potrebbe essere ulteriormente affinato, limato, selezionato…

Il parere non è foriero di proposta di pubblicazione (pazienza, anche perché nel frattempo), ma magari potremo incontrarci in altre modalità. E volentieri da parte mia. Perché seguo Matisklo da tempo e mi piacciono la sua netta scelta e-ditoriale e la sua conclamata virtuosità NO-EAP, anche in poesia. Quindi vi consiglio, se non lo avete già fatto, di catapultarvi senza indugio sul loro sito, scaricare qualche anteprima e magari comprare qualcosa.
Per quanto riguarda Molinaro il rallegramento è duplice perché tempo fa, ignaro che sarebbe stato proprio lui a leggermi, assaggiai il suo Le cose stesse che mi piacque al punto da annotarmi una poesia sul mio taccuino.
Grazie Matisklo, dunque (il greco non c’entra con l’origine – “leviana”, come leggete sul sito – del nome editoriale, ma eufonicamente il doppio gioco a rima e accento forzato ci stava).

Written by Roberto R. Corsi

28 giugno, 2014 at 14:47

“La lingua lastricata di stazioni di carne”: su “Metro C” di Alessandro De Santis

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desantisCome Diego Bertelli che mi ha preceduto, conosco poco e male Roma. Così alla prima lettura di Metro C, seconda prova di Alessandro De Santis, mi aspettavo un viaggio battistipanelliano (La metro eccetera), strictly underground tra mezzi meccanici varia umanità e nomi delle fermate che danno il titolo alle poesie. Per fortuna mi sono un po’ documentato e ho chattato con Giorgia la quale mi ha confermato che la linea C non è ancora operativa e aleggia un certo pessimismo sull’an quando et quomodo, nonostante il sito ufficiale evidenzi che il tratto Monte Compatri – Pigneto è stato consegnato lo scorso dicembre (comunque a libro già uscito) all’azienda municipale per il “pre-esercizio” (leggasi “collaudo” che può essere interpretato pure, si scherzava con la Giò, come “coll’auto! andate coll’auto!” detto da un raffreddato o da un marchigiano).
Evidente dunque che De Santis abbia intrapreso un viaggio virtuale, ma solo nel senso di “senza binari”; per il resto reale, on the road, libero, simile ma allo stesso tempo ben distinto dalla passeggiata dello Zeichen di Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio, perché rivolto non direttamente alle rovine architettoniche (antiche o moderne) ma a quelle umane.
In breve, una finzione di non-luogo (tipicamente, il mezzo di trasporto e i suoi terminali) presa a pretesto per un’indagine antropologica quasi del tutto indipendente dal non-luogo stesso (basata piuttosto sullo spazio che circonda i lavori, come il parco dei Giardinetti). Del resto gli orari sconnessi delle osservazioni lo lasciavano prevedere, assieme alle descrizioni e pensieri in libertà che aleggiano loro accanto.

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Rondon des printemps: La sera fiesolana in una mattina d’acqua piovana

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Scortato al mio posto persino da una hostess e uno steward “come se io fossi una persona” (cit.) stamane ho avuto modo, grazie a un’adorabile amica, di assistere a uno spicchio de I Colloqui Fiorentini di quest’anno – la parte in cui Davide Rondoni leggeva e interpretava La sera fiesolana di D’Annunzio.

Rondoni POV

Rondoni POV (è quello in camicia azzurra)

Questi colloqui hanno un gran successo, infatti il Palazzo dei congressi era pieno zeppo di scolaresche e mi hanno trovato un posto distante ma degnissimo per ascoltare il famoso poeta, un punto azzurro laggiù che declamava e spiegava il Vate. Tutto attorno a me la vita, la vitalità egemone e ormai per lo scrivente lontanissima di torme di studenti: chi limonava, chi videochattava, chi sgomitava col vicino e gli mostrava ragazze poppute sul telefonino; ma c’era anche chi seguiva con attenzione ed emozione, e questa per la poesia è sempre una vittoria.
A me D’Annunzio non dice molto; sarà perché lo lego al non esaltante ricordo di certi dichiarati fascistoni a mare che volendo fingere di acculturarsi leggevano solo lui; più probabilmente perché colmo di un’ampollosità che mi è, almeno adesso, distante. Le sue profonde intuizioni esistenziali sono come una barretta di cioccolato purissimo rivestita da tre quintali di mascarpone, per cui si arriva raramente ad addentarla; diversamente per esempio da Pirandello che pure usa un linguaggio ricercatissimo. Mi pronuncio addirittura sul suo Martirio di San Sebastiano, musicato da Debussy (vedi che il titolo non era a caso?), che è un bel mattone anche per un classicomane come me.
Però sin dal liceo La sera fiesolana mi è sempre piaciuta, assai più, a esempio, di Er fracicone ed Ermione… scusate: La pioggia nel pineto. Leggi il seguito di questo post »

Written by Roberto R. Corsi

28 febbraio, 2014 at 21:57

Sangue amaro, vena aperta

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magrellisulla spinta dell’incontro con Valerio Magrelli alle Oblate (io son quello alto con barba e capelli in disordine e che, nella fila per conoscere l’Autore, ha un’espressione “porto la morte sulle spalle”), incontro che mi ha svelato in lui una persona per nulla boriosa e assai affabile, credo di essermi accaparrato, il martedì successivo in libreria, la prima copia fiorentina del suo Il sangue amaro – talmente fresca di stampa che l’inchiostro di copertina cola via al contatto colle dita.
Magrelli giunge a questa raccolta otto anni dopo la precedente, anche se molte poesie sono state anticipate su quotidiani riviste o addirittura mise en scene. In quarta di copertina si parla di raccolta “omogenea” – difficilmente posso essere d’accordo vista la portata (110 poesie) e il time span, se si eccettua il dato formale, che coinvolge il numero 12 non solo nel numero di sezioni, ma anche in alcune delle stesse (giocoforza nel calendario Annopenanno ma pure ne La lezione del fiume composta di rondinets irregolari, cioè – interpreto – stanze di dodici versi senza vincoli di rima né “clausole” né allitterazioni o procedimenti di variazione quali invece ritroviamo in altre poesie: cfr. Welcome a p. 20 e Nei bagni pubblici a p. 26).
Vero è che a mio giudizio il libro si compone di passi patinati ma anche di accenti fortissimi.
Non amo per esempio né la poesia in copertina (che invece è un rondinet regolare almeno nei couplets rimati in testa e coda) né la prima sezione, Coppie di nomi propri, in cui il poeta spende un cospicuo carico di dediche e dove però leggiamo due versi, riferiti a Sanguineti, che mi paiono adattarsi molto anche alla poetica ricercata da Magrelli: “Innesto dello Studio sull’amata Poesia/ Ossia: metà cultura, metà idiosincrasia”. Stella (bi)polare assai condivisibile ma che già dalla sezione successiva Otto volte Natale (cui peraltro appartiene la poesia di copertina) si arricchisce di un ulteriore pulsare, che è quello di una spiccata, violenta e irresistibile confessionalità. La troveremo soprattutto nelle sezioni Timore e tremore e in quella di coda, che dà il titolo alla raccolta.
Chi conosce la mia poesia più recente sa quanto io apprezzi questo esporsi che riguarda nel caso di Magrelli la paura del futuro, la propria ansia, perfino la sua terapia, e l’inversione “sileniana” di nascita e morte che si traduce in un cupio dissolvi peraltro, visto che una poesia è imbevuta di Bach, “ben temperato” (beato lui!) dagli affetti (p. 81). Certo, questi squarci di lama sono circondati, forse subissati dalle altre due componenti, cioè Cultura – come estrema ricercatezza nella versificazione, nel procedimento e nelle citazioni palesi (Kierkegaard) o più nascoste (Hobbes: la bellezza come promessa di felicità; anche tutta la sezione La lezione del fiume non può non essere un richiamo-tributo a Ungaretti Luzi e altri) – e Idiosincrasia, cioè invettiva che non può non sorgere in un attento osservatore dello sfacelo della politica e della morale quotidiana, anche a livello di poetica di massa (irresistibile l’haiku-anti-haiku di p. 54; anche se si potrebbe rilevare che il mese di Aprile a p. 63 ha molto dell’haiku, non tanto nella metrica 3/8/5 ma nella sostanza naturalistica).
Ma sono squarci potenti, e credo centrali nell’opera perché si possono osservare certi rimandi e dualismi. L’inversione nascita-morte (esergo di Chateaubriand: “Mia madre m’inflisse la vita”) è al centro di un parallelismo fedele in due coppie di poesie tra le più belle della raccolta (pp.16-17, pp. 32-33) ma anche di un richiamo nel mese di Gennaio a p. 60 (“il genetliaco,/ il giorno dove muore/ la propria età”).
Questa è la vena aperta che rende il volume vivo, vivente, meritevole. Per il resto vale quanto scritto a inizio 2013 per 15 poesie credo trasfuse in toto qui. Ne aggiungo (o ribadisco, non sto a ricontrollare) due, un rondinet e una stanza in ottonari, confessionali e apprezzate Proustianamente, cioè sotto l’aspetto che ogni lettore, quando legge, legge se stesso.

Written by Roberto R. Corsi

17 febbraio, 2014 at 14:13

innocenza tirrenica. Alle radici dell’idea di poesia

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Damiani

Claudio Damiani (img dal sito Fazi)

leggo dal blog di Luigia Sorrentino che Claudio Damiani ha vinto il prestigioso Premio Camaiore 2013 colla raccolta Il fico sulla fortezza (Fazi). Complimenti all’Autore, del quale peraltro mi lascia un po’ perplesso la cifra poetica, elegante sì ma di spiazzante semplicità (il che non è sempre un male; a volte non si sa a cosa servano gli a capo però pazienza) e di sconcertante (e questo sì che è un male, a mio avviso) inoffensività. Viene da pensare che le cetre alle fronde dei salici non le appenda più nessuno perché tanto in presenza dell’orrore micro o macroscopico, a scelta, c’è sempre la possibilità di parlare di fiori, animaletti, congiunti, cose asettiche in genere, avulse o tenute studiatamente separate dal nervo infiammato della società. In entrambi i casi la funzione della poesia sembrebbe quella di allietare (qualcuno direbbe sciacquare) le coscienze, perché rispetto al drammatico o non la si fa o si parla d’altro… Copio e incollo a titolo di esempio una poesia da una puntuale nota di Alessandra Palombo su VDBD:

Fai un lavoro duro, cassiera di un discount,/ ma sei allegra, scherzi con tutti,/ velocissima conteggi i prezzi,/ nella tua mente passano mille numeri,/ e scherzi, poi prendi le cose/ e le metti nelle buste, fai cose/ che potresti anche non fare, è squallido/ dove lavori, ma tu non te ne curi,/ sei semplice, forse ignorante,/ una ragazza di campagna/ nemmeno bella, piccolina,/ ma da te imparo non sai quanto. (p. 27)

Questa osservazione poteva essere lo spunto per un richiamo al precariato e alla macelleria sociale dei nostri tempi ma in fondo perché preoccuparsi troppo di turbare il lettore? E magari la cassiera risponderebbe: “preferisco fare a cambio di posto con te, o pluripremiato, e imparare io da te!”.

Va be’. Ho chiamato quest’innocenza «tirrenica» perché, oltre all’ambientazione camaiorese della notizia, che certifica un avallo competente e critico di quest’approccio, finalmente ho rintracciato la trascrizione online della rubrica di poesie inviate i redazione dai lettori de Il Tirreno, appunto. Si tratta di qualcosa che leggo ogni tanto nella mia pizzeria a taglio preferita sui cui banchi c’è sempre una copia del quotidiano. Credetemi, non c’è sprezzo né reazione divertita quando leggo queste poesie spesso in rima e inevitabilmente semplici se non semplicistiche per oggetto e linguaggio. Le leggo come un anatomista esamina le dissezioni e cerco di figurarmi gli autori soprattutto come (forse) lettori, comunque forieri di un’idea di poesia che sia quella più radicata. Un Dichtungsvolksgeist. Ecco che dunque i lettori, testimoniandolo coi loro tentativi poetici, concepiscono e suppongo vogliono questo tipo di poesia. Ed ecco che il poeta che vuole incontrare consenso si adegua, perdendo la sua funzione di “psicagogo” (una sorta di Tadzio che indica il punto col dito) verso la buona poesia e verso ciò che realmente urta e, come tale, contraddistingue il nostro tempo. È la storia di sempre, mi rendo conto.

Questa la pagina contenente poesie, in aggiornamento settimanale

Written by Roberto R. Corsi

18 settembre, 2013 at 11:07

Gianfranco Palmery (1940-2013)

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Palmery

Gianfranco Palmery & gatto (img © Il Labirinto)

Pochi giorni fa, il ventotto luglio, è venuto a mancare Gianfranco Palmery.
Entrai in contatto con la sua poesia attraverso il volume Garden Of Delights, una scelta di poesie tradotte per i tipi di Gradiva da Barbara Carle. Scrissi una nota e, non ricordo se su mio o suo impulso, instaurammo un rapporto epistolare. Dopodiché Gianfranco mi donò una copia di Compassioni della mente, che considero uno dei migliori libri di poesia da me letti negli ultimi anni, tanto che l’ho regalato alla persona a me più cara in uno dei nostri primi incontri. E mi ha pure portato fortuna.
Il rapporto epistolare e critico è stato bidirezionale: Gianfranco ha speso belle parole sul mio libro cartaceo accostandolo (immeritatamente) a nomi altisonanti. Tra questi, Berryman e Ashbery; ciò mi ha spinto a conoscerli più da vicino, il primo nella traduzione e nella cura che lui stesso aveva operato per la casa editrice Il labirinto. Ovviamente la loro poesia surclassa la mia, ma le endorfine, per l’accostamento, sono aumentate e ho ricevuto un grande beneficio all’autostima e alla voglia di scrivere.
Ogni tanto accennava alla sua malattia ma per rispetto della privacy non ho mai voluto saperne di più. Tempo fa mi chiese di parlare di Compassioni per un incontro fiorentino, assieme a Sauro Albisani. Io declinai per impegni concomitanti e gli domandai se, qualora io avessi trovato uno spazio per liberarmi, fosse possibile incontrarlo per un breve saluto di persona. Mi rispose che avevo frainteso e che lui stava tanto male da non potersi muovere da casa sua a Roma; la presentazione in riva d’Arno si sarebbe svolta per così dire in contumacia.
Ero abbonato al suo blog “Diario postumo” che ora reca un’istantanea (piuttosto forte, vi avviso) delle mani giunte nel feretro – mani poco più che ossute, rivelano la sua profonda sofferenza degli ultimi tempi.  Qui il link al blog. Preferisco ricordarlo qui in alto con la foto presente sul sito de Il labirinto, dove lo si vede assieme a una sua grande passione, il gatto, e abbastanza in forma (i suoi tratti mi han sempre ricordato Frank Zappa).
Era un grande poeta e un ottimo traduttore, dal quale ho imparato tanto.

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