Giorgio Caproni: centenario e invito alla lettura
Oggi scocca il centenario dalla nascita, in terra labronica, di colui che da qualche tempo porto in me come il più grande di tutti.
La mia frequentazione assidua e poi predilezione assoluta per l’opera di Caproni non è molto datata e nasce nel 2009, quando mi trovai a dover scrivere una nota (leggila da qui) su una complessa prova saggistica di Mauro Canova che prendeva in esame, da una prospettiva interdisciplinare e assieme ad altre sillogi di Sereni e Zanzotto, l’ultima raccolta licenziata in vita da GC, cioè Il Conte di Kevenhüller.
Ho compiuto dunque un percorso di approccio e approfondimento inverso rispetto alla lettura cronologicamente lineare dei testi, lettura che poi ho operato integralmente più e più volte (l’ultima questa notte), e forse per questa particolare modalità (ma forse no!) penso che il proprium e la grandezza del poeta stiano soprattutto nel dittico formato da Il franco cacciatore e dal Conte suddetto. Senza nulla togliere alle altre fasi della parabola creativa, contraddistinte agli inizi da una potenza lirica enorme, dalla declinazione dei luoghi (primo tra tutti Genova, la città che più di tutte innerva il poeta: “Ogni pietra di Genova è legata alla mia storia di uomo”) e dal consolidarsi dei temi della solitudine, dell’effimero, del congedo – un tema blanchotiano che emerge in un’altra importante raccolta, il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1960-1964), in cui risuona in fortissimo una stanchezza precoce, certo fomentata dalle tragiche esperienze personali e storiche attraversate, che sarà sottofondo, dolceamaro brahmsiano, al restante corpus poetico.
…Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
C’è poi tra me e Caproni, e non potrebbe essere che così, un’affinità intensa data dal ricorrere di lessico e citazioni musicali (il Mozart del Flauto e Weber “eponimo” del Freischütz su tutti) data dalla formazione del poeta, col tormentato rapporto con lo strumento del violino. Vedi il famoso episodio del 1930, narrato cinquantacinque anni dopo in un’intervista:
“…Intendiamoci: suonavo anche nelle opere. Violino di prima fila. Tutti dicevano che avevo un brillante avvenire. Ma una sera, chiamato a sostituire il primo violino in un a solo della Thaïs di Massenet [la famosa Meditation qui eseguita da Nathan Milstein? ndr], me la cavai abbastanza bene, però ebbi un’emozione tale che capii di non essere tagliato per quella professione. E a casa spezzai lo strumento. Avevo diciotto anni [riprenderà poi il violino nel 1969, senza peraltro aver mai dismesso pianoforte e altri strumenti, ndr]“.
Ma quello che costantemente mi avvince e m’innamora è l’asciuttezza del verso e del componimento, grazie a un processo verificabile lungo tutto il suo divenire e massimamente, nel suo farsi, in un’opera per tanti aspetti spartiacque come Il muro della terra. Parallelamente, la concentrazione aforistica con cui, sulla propria pelle, viene rappresentata quella che nel Conte di K. è efficacemente marchiata come “La frana della ragione”, cioè l’impossibilità di appoggiare del tutto la propria vita su fondamenti razionali, e quindi la tragicità di una caccia (entrambi i capolavori di Caproni recano questo leitmotiv) in cui si è costretti – da uomini di ragione, refrattari a rinunciare alla propria razionalità in favore di salti fideistici – ad ammettere di dover sparare al tutto (a se stessi, al Nome [e Nume] come concetto e principio di relazione con la realtà, perfino al luogo in cui siamo posati, quindi alla stessa realtà) o, il che è lo stesso, al nulla.
Mi piacciono i colpi a vuoto.
I soli che infallibilmente
centrino ciò ch’enfaticamente
viene chiamato l’Ignoto.
Un’opera colossale fatta di tratteggi e cancellature, ripartenze e nuovi arresti, in cui non viene certo meno l’aggancio con la propria esistenza (il ritornare delle persone e dei luoghi), ma che si fa ballata di tutti. Contenendo una miriade di venature, di rivoli, di altre tematiche che lascio a voi esplorare.
La schiettezza della poesia caproniana porta al discorso della religiosità di un Autore spesso definito ateo (addirittura materialista) e adesso invece, nelle parole del figlio Attilio, dipinto come regolare frequentatore della chiesa e delle sacre scritture. Un punto per me odioso, che non dovrebbe essere il criterio per cui leggere o peggio “abilitare” una voce poetica, e invece (anche nelle manovre di smentita) ti resta sempre quel sospetto, ma tant’è, soprattutto nel bel vatipaese. La perentorietà di certi versi sulla “fuga” o sul “suicidio” (non quindi su un’asserita inesistenza) di Dio, ma anche il definirsi, in una poesia del postumo Res amissa, come “ateologo” (con alfa privativo rivolto per me più alla scienza dell’esistenza che al theòs: a-teologo, non ateo-logo), sottintende a mio avviso proprio il razionalismo di chi cerca un disegno nel verificarsi della storia e non lo trova, probabilmente sa che non lo troverà mai, ma non cessa di porlo sotto la lente. Se è agnosticismo, non è quello del padre (“In materia di religione il suo atteggiamento era un’assoluta indifferenza”, ricorda GC): sotto la perentorietà scorre sempre il fiume carsico dell’interrogazione.
Uno dei tanti, anch’io.
Un altro, fulminato
dalla fuga di Dio.
L’opera omnia in versi di Giorgio Caproni è reperibile sia nei Meridiani Mondadori che negli Elefanti Garzanti. Buona lettura.
Due poesie tra le mie preferite, tratte da Il Conte di Kevenhüller, la seconda delle quali – quasi [?] un manifesto poetico – collocata tra quei Testi marittimi, o di circostanza che, pur slegàti dal tema del titolo (costituendo, a detta dello stesso Autore, un libro nel libro), costituiscono alcune tra le prove più alte di GC (e mi affratellano a lui ulteriormente).
Un saggio del poeta e critico Paolo Rabissi, originariamente apparso su La mosca di Milano.

Caro Roberto, hai toccato anche le mie corde con le tue preferenze per questo poeta che è anche il mio preferito. Tutta la sua opera inconfondibile ripete e rinnova il suo stile allargando il senso del nulla in una densa e continua domanda di fede.
Grazie per la lettura delle due poesie che credo di conoscere da sempre.
Liliana Ugolini
7 gennaio, 2012 alle 17:39
Caro Roberto, la voce inconfondibile e inimitabile del grande Caproni ha lasciato il segno in quei lettori che, come te e, perchè no, come me, hanno sempre cercato nella poesia non solo il senso, la profondità del dettato, ma anche quel ritmo spezzato, musicale e autorevole del verso che è sinonimo di autentica creatività. Creatività che, come tu finemente metti in rilievo, è multipla cioè figlia di più muse e dunque straordinaria nella cadenza e nella “fucilata” delle chiuse.
Per quel che mi riguarda, in regime di predilezione, il mio apprezzamento va al “Passaggio di Enea” e al già citato da te “Il muro della terra”, titolo derivato da un passaggio strofico di Dante Alighieri, opere capitali nel percorso del poeta livornese che regge un registro di tonalità e straordinari affondi che stimolano anche un fideista come me a interrogarsi sui facili cedimenti ad un altrove che sovente si distanzia nel mistero.
Ma come tu affermi è tutta l’opera di G. Caproni che va tenuta in lettura e in approfondimenti perchè sempre qualcosa di nuovo viene colto in eleganza del passo (mi veniva in mente di dire del “piede” di latina derivazione) e in sovrasensi che non si aggrovigliano mai, che cadono al loro posto nel momento più acconcio, e lasciano il segno, amico mio, per come evocano certi straniamenti che sono umani prima di essere avvolti nella calibratura del poiein.
E allora grazie per averci ricordato questo centenario e averci suggerito di non tralasciare di rileggere un Maestro indiscusso delle nostre patrie lettere.
Eugenio Nastasi
8 gennaio, 2012 alle 10:26
Ecco Roberto, consentimi un commento del tutto inadeguato. Non ho familiarità con la poesia ma se un giorno dovessi conoscere versi che mi emozionano come fece la Meditation qualche lustro fa, beh, poi la strada sarebbe in discesa.
Ciao, buona domenica.
amfortas
8 gennaio, 2012 alle 10:30
GIORGIO CAPRONI – Livorno 1912 / Roma 1990
” L’ultimo borgo ” , poesie 1932 – 1978 , a cura di Giovanni Raboni – Rizzoli 1980 – note del curatore .
Da “Come un’allegoria” – 1932-1935
RICORDO
Ricordo una chiesa antica ,
romita ,
nell’ora in cui l’aria s’arancia ( 1 )
e si scheggia ogni voce
sotto l’arcata del cielo .
Eri stanca ,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti .
Invece il sangue ferveva
di meraviglia , a vedere
ogni uccello mutarsi in stella ( 2 )
nel cielo .
( 1 ) Assume il colore dell’arancia .
( 2 ) Ai voli succedono nel cielo , quasi impercettibilmente , le stelle .
SANGIOVAMBATTISTA ( 1 )
Tersa per chiari fuochi ( 2 )
festosi , la notte odora
acre , di sugheri arsi
e di fumo .
Intorno a un falò d’estate
imita selvagge grida ( 3 )
uno stuolo di bimbi .
S’illuminano come esclamate , ( 4 )
ad ogni scoppio di razzo ,
le chiare donne sbracciate
ai balconi .
( Voci e canzoni cancella
la brezza : fra poco il fuoco
si spenge . Ma io sento ancora
fresco sulla mia pelle il vento
d’una fanciulla passatami a fianco
di corsa ) .
( 1 ) Il titolo ricorda la festa di San Giovanni ( 24 Giugno ) , che a Genova e parte della Liguria si celebra con fuochi artificiali e falò .
( 2 ) Limpida , luminosa a causa dei fuochi .
( 3 ) Grida di “selvaggi” ( forse i pellerossa dei film western ) .
( 4 ) La luce improvvisa e vivida dei fuochi artificiali ne esalta l’immagine come un punto esclamativo in una frase .
Da ” Finzioni ” , 1938 – 1939
DONNA CHE APRE RIVIERE
Sei donna di marine ,
donna che apre riviere . ( 1 )
L’aria delle mattine
bianca , è la tua aria
di sale – e sono vele
al vento , sono bandiere
spiegate a bordo l’ampie
vesti tue così chiare .
( 1 ) Dischiude alla fantasia visioni di coste e di mare .
Caro Giorgio ! Un grande .
leopoldo attolico
8 gennaio, 2012 alle 18:04
Caro Roberto, mentre con piacere colgo l’occasione per inviarti i più cari auguri per un ottimo 2012, ho letto il tuo bellissimo “percorso” caproniano e me ne compiaccio.
Ricordo ancora di aver conosciuto il nostro grande Poeta in quel di Prato, tanti e tanti anni fa, durante un incontro organizzato e condotto da Marco Marchi. Un ricordo ancora vivissimo!
Grazie per questa tua Memoria, e un saluto affettuoso, anche da parte di Gabriella.
Mariella
Mariella Bettarini
11 gennaio, 2012 alle 18:20
GIORGIO CAPRONI – TUTTE LE POESIE – GARZANTI , 1983
Due testi datati fra il 1932 e il 1935 .
VENTO DI PRIMA ESTATE
A quest’ora il sangue
del giorno infiamma ancora
la gota del prato ,
e se si sono spente
le risse e le sassaiole
chiassose , nel vento è vivo
un fiato di bocche accaldate
di bimbi , dopo sfrenate rincorse .
DIETRO I VETRI
A riva del tuo balcone
arioso , dai grezzi colori
degli orti già in fioritura
di menta , estate ansiosa
come una febbre sale
al tuo viso , e lo brucia
col fuoco dei suoi gerani .
Col gesto delle tue mani
solito , tu chiudi . Dietro
i vetri , nello specchiato
cielo coi suoi rondoni
più fioco ,
da me segreta ormai
silenziosa t’appanni
come nella memoria .
leopoldo attolico
13 gennaio, 2012 alle 18:25