Roberto R. Corsi

La poesia non è morta però ogni tanto cambiatele i fiori

Cinquantaseicozze/XXIX

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XXIX.

Siamo sicuri di poter dire che è stata una bella giornata di festa
mentre gustiamo il nostro piatto a un tavolino al sole, il mare dinanzi?
Il piacere della compagnia, del buon vino, del pesce, l’avvenenza delle astanti –
ma torme di migranti ci attorniano con le loro emergenze
in forma di borse o direttamente d’elemosine, a dirci la cruenta irrealtà
del nostro privilegio.

 

[Cinquantaseicozze - raccolta inedita a puntate]
[opera protetta da plagio mediante marcatura temporale legale - redistribuibile con Licenza CC]

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Scritto da Roberto R. Corsi

17 giugno, 2013 alle 08:00

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Cinquantaseicozze/XXVIII

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XXVIII.

Si tornava da qualche trasferta e nelle attese al terminale, tra i voli,
gabbavo la noia facendomi un pallone con fogli di giornale. Una volta
il centrocampista Ezio Galasso, che un cronista chiamava l’oggetto misterioso
(portava la barba lunga ed era di sinistra, sai a Vicenza quanto potessero amarlo!)
e come tanti mi voleva bene, si mise a giocare con me:
volutamente si fece fare un tunnel. Avevo nove anni e per un po’
scioccamente credetti di essere davvero così bravo. Ma non provai
mai a giocare in una squadretta, già avvinto dalla paura. Eppure fu l’unico
istante nella vita in cui ebbi l’appagante credenza, che riempiva
il cuore di freschezza e pungeva i polmoni come fumo al mentolo,
di saper fare qualcosa sul serio. Si chiama autostima, ha il colore del muschio.

Galasso

Ezio Galasso (qui qualche anno dopo, con la maglia della Reggiana – img da lastoriadellareggiana.it)

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Scritto da Roberto R. Corsi

10 giugno, 2013 alle 08:00

Cinquantaseicozze/XXVII

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XXVII.

Alzarsi di scatto dal tavolo apparecchiato della memoria
gridando “anch’io ho amato”, trangugiando
sugo e respiro. Ma era follia, differenza, maledizione, piede d’argilla,
ansia di riempimento che perdura. Te ne accorgi
appena inizi a pensare a parole lenimento, come cellule
totipotenti, epitelio d’assoluzione o azione: al primo contatto con l’azoto dei giorni queste
si seccano, non trattengono il senso. Similmente, nuotando, scorgi a volte
un bagliore sul fondale però manchi di polmoni:
ti agiti per la scoperta ma proprio non riesci e manco provi
ad andare in apnea, star lì a macerare pinneggiando non darà disciplina
coraggio o allenamento. Devi lasciar perdere,
dirigerti più in là, sia quel che sia. Scavare una trincea. Gioiello o tappo
smaltato di bottiglia, se ne giaccia lì immemore, dentro qualche sinapsi inascoltata.

 

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Scritto da Roberto R. Corsi

3 giugno, 2013 alle 08:00

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Cinquantaseicozze/XXVI

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XXVI.

Un passo di Coetzee (che suona bene, omofono alle cozze
di questa sublime impepata) ammonisce il genitore a non salire
col piede dei rumori corporali sull’anima del figlio: mio padre
ha sempre celebrato in parole suoni missili effluvi il proprio squamoso involucro,
l’ha osteso ogni mattina fino a sera con schilleriana gioia
da bravo fiero ometto di paese, il paese nervino da cui non c’è scampo
quello da cui di anno in anno, alle cerimonie, esce dal mazzo
un parente lontano, per la mia altezza fa ogni dannata volta
la battuta che babbo e mamma m’han bene innaffiato,
qualcuno arriva a dire perfino concimato. O quell’altro paese
di prima giovinezza che ora mi bracca tramite la cantilena
dialettale, le bestemmie, il generoso epos dell’ardue trattative con qualche troia
così come me li dispensa un transfuga – son io, chi altri?
il fortunato uditore, per simpatia istintiva tra falliti. Olfattiva: forse fiuta
che debbo alla sua terra i più risalenti inchiodanti ricordi –
quello di quando il primo amichetto di giochi mi portò
in bagno e credendo di fare cosa buffa mi mostrò
come cagava, come quella marrone indegnità scaturisse improvvisa,
spazzando ogni idea di purezza infantile, dal suo avorio.
O quando a dieci anni, giocando a soldatini vicino alla siepe di confine della spiaggia,
trovammo alcune pagine d’una rivista porno: una regina africana spalancava
a forza con quattro dita la vulva rubizza, sparo di sangue nell’ebano,
quasi se la dovesse strappare. Questi furono e sono i battesimi del corpo, le fasce
di contenzione della fiducia, ciò che mi fa pietra persino verso
chi è caro.

 

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Scritto da Roberto R. Corsi

27 maggio, 2013 alle 08:00

splendidior vitro

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è disponibile da poche ore il nuovo ebook di Fabio Pasquarella, Il sasso e la rana, edito da LaRecherche. Partendo da questa pagina, o cliccando sulla copertina qui sopra, si può liberamente scaricare la versione epub o pdf.
Non intervengo con una nota critica per un duplice motivo: da un lato ho avuto il piacere e l’onore di fornire a Fabio, una delle voci nuove che preferisco, qualche consiglio e suggerimento – mai vincolanti; inoltre l’Autore, per questa nuova fatica, ha desiderato espressamente intrattenere (non senza fondamento, considerate le particolarità del suo registro poetico e direi anche dei suoi presupposti teor-et-ici) un rapporto diretto ed esclusivo tra i propri testi e il lettore, senza il filtro di una prefazione o postfazione. Date le due circostanze rispetto il suo dettame anche ex post, limitandomi nel titolo, a mo’ di apprezzamento e ringraziamento, al passo oraziano utilizzato prima di me da Roberto Perrino nel primo commento che trovate sulla pagina dedicata.
Buona lettura.

pasquarellaSR

Scritto da Roberto R. Corsi

25 maggio, 2013 alle 19:12

Cinquantaseicozze/XXV

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XXV.

Ho iniziato la lettura di Proust per afflato romantico – come l’Ifigenia
di Feuerbach, il suo sguardo di vigilia perduto all’orizzonte –
perché il telefono non suona da giorni e non so più a chi pensare per farmi
faticosamente una sega, né che traguardo pormi, unica medicina
è leggere fino alla nausea cuocendo nell’ottobre strisciato dalla carezza del meriggio.
Mi perdo nell’universo di glassa che nasconde sprazzi elettrici –
similitudini, sguardi d’aquila su questo formicaio – ma sopra ogni cosa
mi lenisce crudelmente la vita di monsieur Marcel, così affine fraterna. La madre adorata-adesa, la precoce comprensione
dell’anomalia, il salto extraorbitale del non far parte – e quella snervante
recherche du silence, in sughero o in risacca. Nel mal comune
mezzo gaudio d’un tempo passato rimbalza, come specchio puntato a specchio,
la marmorea sentenza dal libro a me, da me al libro. La frescura
di ricordi ritrovati mista a tristezza nella mossa del paguro,
del ritrarsi, giovani solo anagraficamente – e neanche più tanto. Mi gira
un po’ la testa ma continuo, qualche pagina ancora.

 

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Scritto da Roberto R. Corsi

20 maggio, 2013 alle 08:00

Cinquantaseicozze/XXIV

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XXIV.

Ineluttabilmente solo stupisco a questa sublime lingua di spiaggia
in cui finanche le arselle emergono a sfioro, fiduciose,
e i granchietti docili sul palmo sanno che li riaccompagnerai nell’onda
dopo giusto qualche attimo di gioco. Il mare si ritira lievemente
sul far delle tre, il sole spande tepore riflesso
e la mente va ai giorni dell’idillio, quando su questi improvvisi sabbiosi ci scannavamo solo
nel gioco di racchetta ed eri così donna e compagna, inconsapevole dea
perfetta sulla tonalità d’un amore già certo di esplodere.
Il vento degli anni non mi scompone, resto esattamente in riva,
lì dov’ero – tu indossi la clamide invernale della serietà.

 

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Scritto da Roberto R. Corsi

13 maggio, 2013 alle 08:00

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lo zio Alfonso e lo scribacchino

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Berardinelli

foto dal blog Mosche in Bottiglia

Rifletto sull’intervento di Alfonso Berardinelli sul Domenicale del 28 aprile u.s. – potete leggerlo qui – e la prima considerazione che s’affaccia è che evidentemente esiste una linea Maginot, una trincea tra la percezione di chi assurge agli onori della critica e chi invece, come il sottoscritto, conduce una vita da poetastro autopubblicantesi nonché faticatore su poesia altrui, spesso anch’essa confinata nel pozzo dell’incognito. I primi, probabilmente sommersi da invii honoris causa di pubblicazioni cartacee di ogni qualità, e inclini a sedimentare il loro sguardo critico in poeti conclamati, dunque non novinovissimi, parlano di poesia “sopravvalutata” (assieme alla narrativa); i secondi toccano quotidianamente con mano sudaticcia l’olocausto editoriale – “poeti: porta chiusa o portafoglio aperto!” -, il crunch dello spazio fisico dedicato alla poesia nelle librerie, l’assenza di recezione diffusa della (pur legittima, anzi auspicabile) alluvionalità di testi in rete, la latitanza dell’attenzione editoriale a questo stesso humus poetico digitale (mancanza di head hunters) che riduce ogni possibilità di balzo (verso dove?) allo schema della conventicola (do ut des, cioè laudo ut laudes) e a un’autopromozionalità al limite del neurologicamente sopportabile.
Dunque la prima reazione all’articolo è “Ma di che stiamo parlando?”. Poi uno si spreme di più e pensa di essere andato fuori tema: quello che interessa a Berardinelli è un rapporto qualitativo tra “campioni” di un genere e di un altro. Difatti il leitmotiv dell’articolo, provocatoriamente generoso di comparazioni in stile Coppi-Bartali o Callas-Tebaldi (enfatiche, acritiche, non supportate) è che saggisti e non-romanzieri o non-poeti ci donino opere, ignorate dai critici, che valgono almeno quanto romanzi o raccolte di poesia sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori. Si tratta di un pregiudizio, come avverte lo studioso, storiografico e critico, che come tale andrebbe abbattuto.
Leggi il seguito di questo post »

Scritto da Roberto R. Corsi

8 maggio, 2013 alle 09:49

Cinquantaseicozze/XXIII

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XXIII.

Il mio radioso ottobre è morte, splende buio nel tuo aver solcato
la linea, manichea più che mai. Tu, la Judit, l’irriducibile
nel credermi amabile, ora silente vindice a mezzanotte, sindacalista di quel
pugno di compagne che ghermii e lasciai andare. Scusa, scusate se oggi penso
più a quelle che non ebbi: un consesso sessuato
mi scaglia accuse di favoreggiamento, di avvizzimento uterino,
di perversione. Ho preferito il pascolare erratico al vostro corpo. Artifizi e raggiri
per ferire una donna nel profondo, lasciarla uscire
dal fortino dell’eleganza per offrire se stessa
e opporle il rifiuto scabroso perfino d’una scopata dopocena, perfino
della teofania carnale in torreggiante ascesa.
Voi che nella paura del sipario mi lanciaste un salvagente a forma d’orchidea
e sostanza di obbligo, scambio d’impegni per umori! La fine di un paesaggio
contro continuità e normalità. Non ne traeste nulla,
la benefica trappola ormonale non ha funzionato
e ancora vi domandate il perché – per fortuna c’è sempre qualcun altro, uomo vero,
qualche grande uomo glande, fungo fungibile, indifferente al nuoto fuori stagione
o calmo nell’inumazione del suo arbitrio. Così va il mondo
secondo refoli di spinte pelviche a guidare dove non è ragione;
non io, io vago in un silenzio ritrovato – mi maledite con quello,
possa tornarmi a noia, a supplizio, prima o poi.

 

[Cinquantaseicozze - raccolta inedita a puntate]
[opera protetta da plagio mediante marcatura temporale legale - redistribuibile con Licenza CC]

Cozza prec. | Inizio | Cozza succ. (dal 13/5/13 h. 9:00)

Scritto da Roberto R. Corsi

6 maggio, 2013 alle 08:00

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breaking mussel

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Poco più di un flash d’agenzia per segnalarvi che Davide Castiglione, poeta critico e dottorando all’Università di Nottingham, del quale avevamo apprezzato (e continuiamo a farlo) lo sforzo di trasparenza letteraria, si è seduto al tavolo delle mie Cinquantaseicozze leggendosi le ventidue già uscite – siamo a meno della metà – e ne ha addirittura presa in esame una, la terza; forse, convengo, una delle più equilibrate tra cruda confessionalità e necessità di incorniciare il proprio vissuto negli eventi che ci accompagnano.
Potete leggere testo e commento a questa pagina del suo blog.
Lo ringrazio tanto, per la sua attenzione così minuziosa e sicura nell’incedere, nonché per aver accompagnato la critica con accostamenti a voci poetiche mirabolanti (delle quali non sum dignus).
Adesso devo trovare una teca qui nel blog ove collocare il suo prezioso commento (tanto avevo già intenzione di rassettare un po’ tutto, per esempio aggiornando la pagina del materiale).

Scritto da Roberto R. Corsi

5 maggio, 2013 alle 18:26

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